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lunedì 23 settembre 2013

Bottlegate

Sia chiaro, non era comunque una stagione esaltante per i Browns, fermi sul 6-6.
D'altronde si trattava della loro terza stagione al rientro nella NFL dopo che la squadra nel 1995 era stata spostata baracca e burattini a Baltimore, lasciando a Cleveland le insegne e la memorabilia, ed un triste Municipal Stadium in attesa di essere demolito.
Però si sa, le stagioni a volte vivono momenti di svolta che stanno dentro piccole e sofferte vittorie, una corsa fermata al momento giusto, un TD siglato al momento giusto.
Il problema è che i momenti di svolta possono pioverti addosso anche in maniera poco ortodossa come successe il 16 dicembre, quando nel nuovissimo Browns Stadium, Cleveland ospitava i Jacksonville Jaguars. I Browns stavano guidando verso la end zone est il drive decisivo dato che i Jaguars conducevano 15-10, ma a 48 secondi dal termine della gara e senza timeout i padroni di casa erano usciti da una situazione scabrosa convertendo un 4th&1 con passaggio di Couch a Quincy Morgan. A giocatori schierati Couch ricevette lo snap e fece una spike per fermare il cronometro ed il referee segnalò che avrebbe rivisto la precedente giocata.
Ovviamente la "scusa" fu che l'avviso dell'ufficiale addetto al replay fosse arrivato prima che fosse partita la giocata, il referee Terry McAulay (che nella sua carriera poi ha diretto due Super Bowl) venne affrontato da un Butch Davis un po' su di giri per quel pasticcio arbitrale, le regole NFL vietano infatti che venga rivista una azione se quella successiva ha già preso avvio. Nella review, tanto per far piovere sul bagnato McAulay stabilì che Morgan non aveva mai avuto il controllo della palla, così il passaggio era da ritenersi incompleto, con conseguente cambio di possesso a favore dei Jaguars.
I malumori serpeggianti sulle tribune esplosero in un fitto lancio di oggetti dal Dawg Pound, la zona dove è posizionato il tifo "caldo" di una città come Cleveland che a sua volta è "calda" nel tifo. Il problema fu che il lancio era di bottiglie prevalentemente di birra, che invasero la endzone verso cui attaccava Cleveland. Il capo arbitro non contento del cambio di giudizio e indispettito della protesta, dichiarò terminato l'incontro con aria particolarmente scocciata (vedetevelo, vale la pena). I giocatori si avviarono al tunnell di ingresso in campo trovando la strada sbarrata da un fuoco di fila di bottigliette provenienti dagli spalti, così questi omoni che in campo si picchiavano come maniscalchi, furono costretti a fare gli ultimi metri di endzone di corsa proteggendosi il capo con le mani per evitare di essere centrati da qualcosa proveniente dagli spogliatoi.
Il mesto finale, con la sovrimpressione del risultato, tutta ornata di festoni natalizi, attorniata da bottigliette di birra vuote, in realtà non fu il vero finale della gara, perchè il commissioner NFL dell'epoca, Tagliabue, mezzora dopo tutto questo, rispedì le squadre e la crew arbitrale in campo per giocare gli ultimi secondi della gara con i Jaguars in possesso palla, tra gli ululati dei quasi 73.000 spettatori presenti quel giorno nell'impianto.
Gli ufficiali di gara, si apprese in seguito, furono scortati fuori dallo stadio dalla polizia. Il presidente della squadra  Carmen Policy ebbe a dire:
"I am not criticizing the fans at all, because I don't think it's appropriate today. I think a lot has happened. The fans' hearts have been ripped out. I am not condoning what the fans did, and I'm not criticizing it. I am not condoning what the officials did."
Sta di fatto che successivamente fu tratto in arresto un tifoso che se la prese con un agente di polizia addetto al traffico nella zona dello stadio. Il cornerback Daylon McCutcheon fu tra i pochi Browns a non "giustificare" la rabbia dei tifosi perchè, come ricordò poi Coughlin, all'epoca ai Jaguars, dagli spalti non piovvero bottigliette di plastica vuote, ma bottiglie di vetro semipiene di birra.
A quanto pare... Only the Browns could lose in this fashion.

martedì 2 luglio 2013

John McKay

Il 30 novembre 1974, dopo aver subito 55 punti in un tempo e dieci secondi, il reverendo Hesburgh, rettore di Notre Dame, parlando con McKay, gli espresse il suo disappunto "That wasn't very nice", l'allenatore di USC lo freddò dicendo, "That's what you get for hiring a Presbyterian!".
Questo era John McKay, un monumento a Los Angeles per Southern California, capace di vincere, in sedici anni di sideline per i Trojans, quattro titoli nazionali, nove titoli di conference.


La vita di McKay non si può definire tutta rose e fiori: nato in un paese di minatori, con il padre soprintendente alla miniera che nel 1927 saltò in aria facendo 111 morti. Orfano di padre a 13 anni, si iscrisse a Wake Forest grazie ad una scolarship per il football ma non potè iniziare a causa della malattia delal madre che lo costrinse a rientrare ad Everettville e lavorare come elettricista prima di arruolarsi per la seconda guerra mondiale come mitragliatore sui B29 in stanza nel pacifico.

Tornato da questa esperienza, si iscrisse a Purdue all'età di 23 anni ma l'anno successivo si trasferì ad Oregon, contribuendo alla felice stagione 1948 degli allora Webfoots guidati da Jim Aiken, terminata 9-2 e 7-0 in Pacific Conference (titolo condiviso con Cal), sconfitti al Cotton Bowl da Southern Methodist. La perdita di Norm Van Brocklin destinazione NFL rese Oregon una squadra onestamente mediocre, la successiva stagione terminò 4-6 e McKay finì la sua carriera scolastica rimanendo dalle parti dell'Autzen Stadium come assistente ad Aiken e poi a Jim Casanova, in tutto per nove stagioni condite da un titolo di conference in coabitazione con i cugini di Oregon State nel 1957 e la successiva apparizione al Rose Bowl dove fecero sudare Ohio State campione nazionale.
McKay poi accettò il posto da assistente a Don Clark presso USC al termine di un momento nero per diversi college della Pacific a causa delle sanzioni NCAA che colpirono le loro possibilita di recruiting. I due anni di apprendistato gli lasciarono in dono nel 1960 la guida della squadra che condusse a due stagioni sicuramente non esaltanti: 4-6 e 4-5-1 con i Trojans ancora limitati dal periodo di osservazione comminatogli dalla NCAA. Topping, il rettore, ricevette parecchie pressioni per licenziare McKay, ma analizzato il buon lavoro di recruiting, diede una nuova possibilità a John non si fece sfuggire l'occasione: USC mise assieme una stagione 1962 a dir poco fantastica con un 10-0 che la portò spedita al Rose Bowl dove davanti si trovò i Wisconsin Badgers per il primo storico bowl #1 contro #2. La vittoria 42-37 costruita sul secondo e sul terzo quarto, portò il primo titolo nazionale a Los Angeles dai tempi di Howard Jones più di vent'anni addietro. Fu l'inizio di un periodo quantomeno glorioso per i Trojans di McKay, che potè esprimere al meglio il suo running game partendo prevalentemente da I-formation: USC si aggiudicò il titolo nazionale anche nel 1967, nel 1972 e nel 1974. ESPN ha selezionato qualche anno fa le dieci migliori squadre di college football di tutti i tempi, tra cui anche i Trojans del 1972 di cui ben 33 ragazzi giocarono poi in NFL e cinque furono scelti al primo giro del draft. In questo tappeto splendente compare però una grossa macchia di ragù datata 1966 quando Notre Dame sconfisse USC 51-0 infliggendogli la peggior sconfitta della loro storia da cui la frase che pare abbia detto il coach riguardo al fatto che non avrebbe mai più perso con Notre Dame, poi ritrattata a poco tempo dal decesso, precisando che la frase sarebbe stata "they'll never beat us 51-0 again".

Cambiare aria, per uno che aveva già vinto quattro titoli nazionali, non doveva essere facile: dove andare? Cosa fare? McKay aveva rifiutato, nel corso della sua carriera i Browns, i Patriots, i Rams. Della NFL sembrava fregargliene il giusto. Poi nel 1976 decise di accettare una grande scommessa, ovvero non solo andare nel football "pro", per mettersi alla prova con la NFL, ma farlo partendo da zero, e quello zero erano i Tampa Bay Buccaneers, al primo anno nella lega e con una squadra da costruire totalmente.
Come ovvio che sia, le prime tre stagioni in Florida furono traumatiche: Tampa mise assieme 26 sconfitte consecutive prima di battere i Saints al Superdome e concludere la stagione 1977 12-2, il 1978 fu concluso 5-11 (con il nuovo formato a 16 gare) e finalmente il 1979 segnò la prima stagione positiva per i Buccaneers, con un 10-6 che gli valse il titolo della NFC Central e la prima partecipazione ai playoff.
Dopo le positive stagioni 1981 e 1982 con le partecipazioni ai playoff anche grazie alle prestazioni del QB Doug Williams, quest'ultimo tolse le tende per la USFL e Tampa affondò in due stagioni da due vittorie ed una da cinque, l'ultima di un mestissimo McKay che, per tutta la vita rimpiangerà di aver fatto il salto e non essere rimasto ai suoi amatissimi Trojans. La gestione di uno spogliatoio di NFL sicuramente lo mise in difficoltà e soprattutto verso la fine della sua presenza ai Buccaneers gli fu mossa più volte la critica di non saper affrontare i giocatori né prima né dopo una gara, forse anche per questo, ad ogni tornata di sostituzione di elementi dello staff, cercò di inserire sue persone fidate, secondo alcuni per poter meglio piegarle al loro volere, cosa che non sempre gli riusciva con i giocatori. Il suo disagio apparve evidente quando le sue esternazioni graffianti (all'epoca del college ne fece di memorabili) si trasformarono in scoppi di ira che lo portarono a definire "idioti" i tifosi, gli avversari ed anche i giornalisti.
Il rapporto con i giocatori, indicato come non certo rose e fiori, in alcuni casi fu criticato per le "battutine" che rivolgeva ai suoi ragazzi, salvo poi difenderli in maniera feroce soprattutto davanti a stampa e tifosi, e soprattutto a riguardo al razzismo che gli faceva saltare i nervi persino quando si trattava dei "suoi" tifosi. Tifosi che forse non ha mai sentito veramente suoi, convinto com'era che non gli avessero mai perdonato lo 0-26 con cui partì Tampa nella sua avventura in NFL.

Ucciso dalle complicanze del diabete nel 2001 a Tampa, dove suo figlio Rich era general manager dei Buccaneers, a testimoniare il suo simbiotico legame con Southern California che con lui aveva toccato vette eccezionali di efficienza, tanto da trascendere nella leggenda del football, chiese di essere cremato, e che le sue ceneri fossero sparse sul campo del Los Angeles Memorial Coliseum, per essere per sempre affianco ai suoi ragazzi.

mercoledì 5 giugno 2013

Deacon Jones e i Fearsome Foursome


David "Deacon" Jones, Hall of Fame e, probabilmente il più grande defensive end nella storia della NFL, è morto lunedi scorso, all'età di 74 anni, nella sua casa di Anaheim Hills, in California.
Specializzato nei sack, di cui pare inventò il nome ("sacking the quarterback"), iniziò la carriera in NFL nel 1961, scelto al 14mo giro dagli allora Los Angeles Rams, dopo la carriera universitaria spesa tra South Carolina e Mississippi Valley State, e nei Rams passò praticamente tutta la carriera (11 stagioni). Jones è stato selezionato per sette Pro Bowl consecutivi con i Rams dal 1964 al 1970, a cui si somma quello del 1972.

Per lui si sono spesso sprecati gli aggettivi, ma i numeri che è riuscito a produrre nella sua carriera fanno di lui un giocatore difficilmente avvicinabile: due volte NFL Defensive Player of the Year, è stato soprannominato "Il Segretario della Difesa" dai tifosi dei Rams, e successivamente "Defensive End del secolo" da Sports Illustrated nel 1999. L'ex coach dei Rams George Allen, etichettò Jones come "il più grande defensive end del football moderno" mentre il Los Angeles Times lo selezionò come "il miglior Rams di sempre" e con una carriera chiusa nel 1974, Jones è stato inserito nella Pro Football Hall of Fame già nel 1980.
Jones, che ha dimostrato di essere uno dei giocatori più "inscalfibili" nella storia della NFL, mancando solo in cinque partite (di cui quattro consecutive nel 1971) durante la sua carriera pro lunga 14 anni - fu poi ceduto ai San Diego Chargers nel 1972 togliendosi lo sfizio di tornare al Pro Bowl nel 1972 e guadagnandosi i galloni di capitano anche nella squadra della baia. Jones ha infine terminato la sua carriera nel 1974 con i Redskins. 
Un grosso neo rimane sulla sua carriera, che però non dipende da lui, ovvero le statistiche su quelli che lui contribuì a definire sacks, che iniziarono ad essere tenute solo dal 1982, il che vuol dire che non si hanno numeri della sua specialità prediletta. Secondo la media guide dei Rams, Jones avrebbe mandato a tabellino 159,5 sacks con la franchigia e 173,5 nella sua carriera. Sette anni in doppia cifra e primo lineman difensivo a superare i 100 tackle in una stagione (1967).
NFL.com ha recentemente riportato due brevi ma splendidi ritratti di questo uomo che ha saputo essere splendido atleta e poi uomo sensibile ai problemi della propria comunità, avviando la Deacon Jones Foundaton. Il primo è di Kevin Demoff, COO and executive vice president dei Rams:
"Deacon Jones was one of the rare players who changed the way the game was played, in this day and age, the term 'great' is often overused, but it only begins to describe Deacon Jones as a player and person. His combination of God-given talent and relentless effort made him one of the greatest players to ever put on an NFL uniform. His spirit, laughter and gentle nature off the field made him a friend to all. Deacon was a legend in every sense of the word, and he'll truly be missed by the Rams, our fans and the NFL community".
Il secondo è di colui che ne ha preso virtualmente il posto dopo quasi trent'anni, Chris Long figlio di Howie Long:
"The thing we've got to remember being players in this era is to really respect the game 'back when,' because those guys could really play, Deacon Jones is a perfect example. This whole league and everybody in this game should honor the past and the players who played in that era. Those guys paved the way for us."
Jones inoltre è passato alla storia per aver composto con Merlin Olsen, Rosey Grier e Lamar Lundy quello che fu poi chiamato "Foursome Fearsome", una delle più famose linee difensive nella storia della NFL. In realtà la dicitura Foursome Fearsome era già stata usata per altre linee difensive, la prima di queste era stata quella dei Giants del 1957 di cui faceva parte Grier, quest'ultimo si era poi trasferito a Los Angeles nel 1963 andando a comporre la defintiva e più conosciuta versione del Fearsome Foursome. Grier chiuse la carriera con i Rams nel 1966, ma la linea continuò a rimanere la più temibile fino all'inizio degli anni '70. Di questo fenomenale quartetto, dopo la morte di Jones, rimane oggi il solo Grier, ottantenne, dopo la morte di Olsen nel 2010 e di Lundy nel 2007.
Sembra scontato dirlo, ma i grandissimi campioni continuano a giocare assieme anche dopo averci abbandonato.










sabato 16 marzo 2013

Dolly Gray

Chi era Dolly Gray?
O meglio, chi era veramente questo tizio che si spacciava per Jack "Dolly" Gray, che si era presentato ai St. Louis All-Stars per prendere parte alla NFL 1923?
Mah, si diceva che fosse addirittura un All American proveniente da Princeton, ma l'unico Gray All American del 1922 era stato Howard Grey, ed era tutto un altro paio di maniche. Sta di fatto che questo signor Gray si era presentato a Ollie Kraehe, proprietario, coach e giocatore degli All-Stars, che aveva abboccato, dato che al tempo non c'era certo Wikipedia per controllare la carriera di ogni giocatore sulla piazza.
St. Louis era una creatura di Kraehe che aveva messo tutte le sue energie per portarla a termine, convinto che se il football pro campava in buchi sperduti come Green Bay e Rock Island, figurarsi cosa poteva riuscire a fare lui in città come S. Louis grandi tre volte tanto. In realtà fu subito un gran casino, perchè di All-Stars ce n'erano pochi e tutti orientati alla fase difensiva, per cui la squadra segnava con il contagocce e gli affari per quanto riguarda il pubblico, non andavano certo meglio.
Il signor Gray, poteva segnare una svolta, questo All American che giocava end! Alla fine giocò ben tre gare, in cui fu chiaro che non poteva essere un All American date le sue qualità decisamente scadenti: messo alle strette confessò l'impostura a Kraehe che non disperò ma anzi cercò di trarne vantaggio. All'epoca St. Louis non è che navigasse nell'oro, così perché non provare a vendere un pregiatissimo All American a qualche concorrente con la scusa che servivano denari freschi? E chi era il gonzo che poteva cascarci?
Quel bel ciuffo di Lambeau, ovviamente.
Dopo una inopinata sconfitta 6-0 a Cleveland, Kraehe rilasciò Gray ai Packers in cambio di una certa cifra. Bene, la sola aveva preso la strada del Wisconsin, peccato che due settimane dopo fosse programmata al vecchio Sportsman's Park proprio la gara coi Packers.
Kraehe se la vide male quando Lambeau lo incantonò e gli chiese spiegazioni: pare che questo Gray avesse giocato una sola gara ed al momento di prendere il treno con la squadra per tornare nella verde baia, si fosse dileguato nel nulla. Il buon Ollie la buttò sul ridere, facendo passare il tutto per uno scherzo, e dichiarò non senza un evidente imbarazzo, che era stata sua intenzione da subito restituire i soldi una volta terminato lo scherzo.
Negli annali della NFL il ragazzo senza nome è ironicamente segnalato come "Gray, Jack (pseud.)"

venerdì 15 marzo 2013

The "Baugh/Marshall Rule"

Sammy Baugh è considerato uno dei migliori giocatori della storia della NFL e anche uno di quelli che, senza nemmeno fare tante storie, riuscì a strappare un contratto "pazzesco" ai Redskins nell'anno in cui venne draftato.
In fin dei conti, soldi spesi bene per uno che faceva il QB in fase d'attacco, il defensive back in fase di difesa e nei ritagli si cimentava pure come punter, è stato inserito nella squadra ideale di tutti i tempi della lega ed ha il numero ritirato, oltre ad aver detenuto fino all'altro giorno il record sul numero di yard su passaggio per la postseason con 335. Tra tutte le cose buone che ha combinato ce n'è stata una invece un po' così così che però gli è valsa la modifica di una regola della lega che da quel giorno porta ufficiosamente il suo nome: la Baugh/Marshall Rule, ovvero, se in un passaggio in avanti la palla tocca la porta, il passaggio è incompleto.
All'epoca le porte erano sulla goal line e non in fondo all'area di meta, dettaglio non da poco in quel freddissimo 16 dicembre del 1945 a Cleveland (pare ci fossero -22° al Cleveland Stadium), quando i Rams scesero in campo per la loro ultima gara in Ohio prima di trasferirsi a Los Angeles, di fronte c'erano i Redskins guidati da un maturo Baugh, intenzionato a replicare la vittoria finale del 1942.
E qui parte un po' di dietrologia, perchè la gara finì ad appannaggio degli arieti oro-azzurri con un vantaggio minimo (15-14) e due punti per i Rams furono assegnati nel primo quarto per una safety commessa da Baugh che colpì la porta nel tentativo di lanciare la palla in un passaggio in avanti iniziato con uno snap sulle 5 yards. Ovvio che la partita aveva ancora tre quarti del cammino da percorrere e che non si può gettare addosso a quella safety la "colpa" della sconfitta, ma alla fine l'amaro in bocca fu tale che il proprietario dei Redskins George Preston Marshall, nei meeting successivi alla gara, spinse ripetutamente per cambiare la regola ed evitare che tale situazione si ripetesse, il cambio prese simbolicamente il nome del QB e del proprietario che erano stati protagonisti in negativo della vicenda.
Non ho trovato dichiarazioni di Baugh in merito a quella partita, si sa che alla fine rimangono memorabili alcune sue perle come durante il training camp del 1937 quando il suo allenatore gli spiegò che doveva lanciare la palla in modo che colpisse negli occhi il ricevitore, per fargli capire la precisione che esigeva da lui,  Baugh serafico chiese "Quale dei due occhi?".

giovedì 14 marzo 2013

Vince Papale

Certe situazioni diventano storie che vale la pena raccontare perchè appena le senti, sai già che non si ripeteranno mai più.
In effetti, la NFL a metà anni '70 era diversa da oggi e lo stesso gioco del football era diverso, pur mantenendo il fascino di uno sport a volte brutale, a Philadelphia gli Eagles non vivevano anni positivi e la WFL, una nuova lega professionistica, cercava di affermarsi, con una squadra chiamata Philadelphia Bell.
I Bell vararono una strana operazione simpatia verso un pubblico che non li conosceva certo adeguatamente: aprirono i cancelli del loro impianto e fecero una specie di provini a tutti quelli che volevano partecipare, per selezionare un "uomo comune" da inserire nel roster della squadra.
La cosa, come è facile intuire, riscosse l'ilarità del mondo del football pro, abituato da decenni a draftare ragazzi di 22-23 anni super allenati e super preparati, direttamente dai migliori college.
Invece in quella corte dei miracoli spuntò un ragazzone di 30 anni.
Vincent Francis Papale, così si chiamava, di chiare origini italiane, che aveva frequentato la Interboro High School a Prospect Park, un sobborgo a sudovest di Phila, mettendosi in mostra per le sue ottime doti sportive: basket, atletica e football lo videro protagonista della sua carriera scolastica, tanto da spingerlo a iscriversi alla St. Joseph’s University grazie ad una borsa di studio atletica. Le sue qualità sportive vennero esaltate con i successi nel salto in lungo, nel salto triplo e nel salto con l’asta e la carriera universitaria si concluse anche con una laurea in Scienze del Marketing e Management conseguita nel 1968.
La vita successiva gli offrì poche possibilità di esaltare il proprio talento professionale, si divise tra il lavoro di barman e quello di supplente nella sua high school. Nel 1971 il suo matrimonio finì bruscamente con la moglie che lo accusò tramite un post-it lasciato in casa, di essere uno destinato a non andare da nessuna parte.
“You’ll never go anywhere, never make a name for yourself, and never make any money.”
Papale, senza il minimo background di football universitario, nel 1974 trovò posto come WR nei Philadelphia Bell, dove passò i tagli e giocò tutta la prima stagione. L'anno successivo la breve vita della WFL, e quindi dei Bell, terminò per il fallimento della lega, e Papale tornò a dividersi tra supplenze e lavoretti come buttafuori nel locale di Danny Franks, un giocatore che era stato tagliato l'estate prima dagli Eagles dopo i camp estivi.

Nel febbraio 1976 a Philadelphia venne assunto Dick Vermeil, ex HC di UCLA ed ex allenatore di special team ai Rams, allora a Los Angeles. Si immaginava una stagione dura, durissima, anche perchè le precedenti scelte sbagliate del team avevano privato gli Eagles della prima, seconda, terza (ai Bengals) e quarta scelta (ai 49ers) al draft 1976. Papale chiamò lo staff degli Eagles e, non si sa come, riuscì ad ottenere un provino ed a passarlo: nel 1976 diventò il più vecchio rookie della storia, inserito nel roster di Phila come wide receiver e special teamer. Non fu un fuoco di paglia, tutt'altro: Vince "Rocky" Papale divenne il beniamino dei tifosi, in una città, come ha detto perfettamente Federico Buffa:
"Dura, talmente dura che molti non hanno bisogno di essere sorteggiati per andare nell'esercito americano, ci vanno di loro spontanea volontà"
Pur osteggiato da alcuni giocatori tra i ben 120 che iniziarono il camp con gli Eagles, Papale si adattò perfettamente alla feroce preparazione imposta da Vermeil al fine di liberarsi dei giocatori non sufficientemente motivati; trovò posto nel roster inziale come special teamer, dopo la prima gara persa a Dallas contro i Cowboys, gli Eagles esordirono in casa contro i Giants, Papale recuperò uno dei due fumble che contribuirono alla vittoria 20-7, la prima di Vermeil in NFL.
Papale giocò 41 delle 44 gare delle tre stagioni consecutive, compresa la stagione 1978 dove gli Eagles, nonostante fossero ancora privi delle prime due scelte, finalmente tornarono ai Playoff giocando il wild card game ad Atlanta, e si ritirò a causa di un infortunio alla spalla. Eletto capitano dello special team dai suoi compagni per il triennio in cui giocò, fa parte della squadra ideale dei 75 anni dei Philadelphia Eagles, e la sua storia, edulcorata come in perfetto stile Disney (con annesse tutte le forzature del caso), è stata portata sul grande schermo con l'inequivocabile titolo Invincible.

giovedì 10 gennaio 2013

Freezer Bowl

A Cincinnati, sul fiume Ohio, alla fine degli anni '60, iniziò la costruzione di un impianto stile cookie-cutter (lo "stampino" che indica la sua forma circolare) per ospitare le due maggiori realtà sportive della città: i Reds di baseball, ed i freschi "nati" in casa NFL, ovvero i Bengals. Le due squadre giocavano in impianti anteguerra (i primi al Crosley Field sin dal 1912, i secondi al Nippert Stadium, edificato nel 1924).
Il Riverfront Stadium, appunto sul fiume, avrebbe dato una casa finalmente degna a due squadre che negli anni '70 avrebbero scritto pagine importanti delle rispettive leghe (compresi i due titoli mondiali dei Reds). L'impianto oggi non esiste più, demolito nel 2002 per far posto al Great American Ball Park in cui giocano solo i Reds, mentre i Bengals si sono trasferiti dal 2000 nell'imponente Paul Brown Stadium edificato a trecento metri di distanza, sempre sul fiume.
Trentun'anni fa, in questo stadio, si è consumato quello che gli appassionati hanno subito ribattezzato il Freezer Bowl per il feroce freddo che attanagliò l'impianto per tutta la durata della gara, ovvero l'AFC Championship 1981 tra i Bengals ed i Chargers. Secondo i metodi di calcolo della temperatura percepita allora in uso, "grazie" ad un vento incanalato dal fiume, che si spingeva oltre i 40 km/h, i giocatori scesero sul terreno e si diedero battaglia a circa -50°. Il terrificante freddo ed il vento non erano nuovi per l'head coach di Cincinnati, Forrest Gregg, che come OT era sceso in campo nell'Ice Bowl del 1967 tra GB e Dallas, forse memore di quello che era successo in Wisconsin, Gregg condusse i Bengals ad una vittoria netta (27-7) specialmente nel secondo tempo quando i Chargers non andarono sul tabellone per gli interi 30'.
Era certo molto diverso il contesto rispetto solo ad una settimana prima, quando San Diego aveva vinto una epica battaglia all'overtime a Miami con 26° di umide nuvole all'Orange Bowl, quella che più tardi sarebbe diventata "The Game No One Should Have Lost".
Cincinnati, invece, giunse al suo primo Superbowl sulle ali di quella vittoria, ma non ci fu nulla da fare per le tigri dell'Ohio, sconfitte al Silverdome dai San Francisco 49ers di Joe Montana.

venerdì 4 gennaio 2013

Don Shula

Immaginate di essere dei ragazzetti di 12-13 anni e di tifare per una specie di squadra neopromossa ma ambiziosa, e di vedere messo sotto contratto uno dei migliori coach del campionato, poi crescete, vi diplomate, e il coach incredibilmente è ancora coach lì da voi.
Poi vi iscrivete all'università, la finite con qualche lungaggine, ed il coach è ancora lì. Passate un paio di anni a cercare lavoro, lo trovate se dio vuole, e il coach sta ancora allenamento la vostra squadra.
Vi fidanzate, vi sposate, magari avete qualche figlio, e il coach è ancora lì. andate per i quarant'anni e il coach ancora allena la stessa squadra, e tutti gli anni, tranne un paio di sfortunate stagioni, è sempre riuscito a fare record positivi.
Situazioni di altri tempi, vero? Anche se il coach di cui stiamo parlando è Don Shula, un "ragazzo" che ha compiuto 83 anni e che festeggerà tra poco i 50 anni dal suo primo incarico di capo allenatore.
Una specie di leggenda nel football professionistico, che ha raggiunto nella sua carriera durata trentacinque anni, ben sei superbowl vincendone due e perdendo quello che è poi diventato la storica "Garanzia" ovvero Jets-Colts 17-6, il primo superbowl vinto da una squadra AFL.
Terminata la carriera professionistica nei Redskins a 27 anni, a trenta aveva assunto l'incarico di coordinatore difensivo a Detroit, correva l'anno 1960 e dopo tre stagioni sul lago, la sua ex squadra dove aveva militato come cornerback, i Colts, lo ingaggiò facendolo diventare, a 33 anni, il più giovane capo allenatore della storia, non senza accese polemiche per la sua presunta inesperienza.
Johnny Unitas, suo compagno di squadra nel 1956, divenne la sua arma per condurre i Colts a sette ottime stagioni (record di 71-23-4) macchiate indelebilmente da due sconfitte in post season, dove Baltimore partiva favorita: il Championship del 1964 dove i biancazzurri persero traumaticamente per 27-0 dai Brown, e soprattutto il Superbowl III, quello della "Garanzia". Nel 1965 fu invece la sfortuna a tramare contro i Colts nei playoff quando furono costretti a schierare il runningback Tom Matte in posizione di QB per il contemporaneo infortunio di Unitas e della sua riserva Gary Cuozzo.
Era ora di cambiare aria, così nell'anno della fusione tra NFL ed AFL, Shula passò ai Miami Dolphins, iniziando un percorso che sarebbe turato un quarto di secolo, ed avrebbe ricompreso quelli che attualmente sono gli unici due titoli della franchigia della Florida, compresa la Perfect Season del 1972, guidando quarteback del calibro di Bob Griese e Dan Marino. Il suo record finale, dopo tutti questi anni, 328-156-6, si può considerare veramente eccezionale, se a questo si aggiunge che ha portato Miami 16 volte alla postseason in 26 stagioni.
Sebbene goda di ottima salute, gli hanno già intitolato un impanto (alla John Carroll University), una expressway a Miami, ed un bowl, quello che si gioca tutti gli anni tra Florida Athlantic University e Florida international University. Potrete trovare una sua statua fuori dal Sun Life Stadium.

giovedì 25 ottobre 2012

Wrong Way Run

Dai, su, delle volte occorre anche sorridere, quando ti accorgi che tutto è un allegro dramma.
Il 25 ottobre del 1964 a San Francisco, nel defunto Kezar Stadium, scendono in baia i Minnesota Vikings. Tra i vichinghi gioca, con il numero 70 Jim Marshall. Un nome storico della franchigia di Minneapolis, due volte probowler, con maglia ritirata, con una fila lunghissima di record che da quelle parti si rivedranno raramente. Cosa ti aspetti da un formidabile end come lui?
Che ricopra un fumble! Ne ha ricoperti 30 in carriera, una specialità di cui ha il record in lega.
In effetti puntualmente Jim ricopre un fumble, e poi si alza ed inizia a correre, caspita, 66 yards di corsa fino alla endzone.
Ma tra una certa ilarità del pubblico rosso-oro, inspiegabile per Marshall che tiene la palla ben oltre l'ingresso in endzone, fino ad uscire dal campo. Ed i referee indicano una safety, e San Francisco guadagna due punti.
Semplicemente Jim nella foga era partito a razzo dalla parte sbagliata, entrando nella endzone sbagliata e siglando due punti che, fortunatamente, al termine della gara non influirono sulla vittoria dei Vikings 27-22, ma che fecero siglare un nuovo record, ovvero la giocata più corta della storia della NFL con -66 yards.
Marshall più tardi ricevette anche una lettera da Roy "Wrong Way" Riegels, autore di un altrettanto storico wrong way nel Rose Bowl del '29, il messaggio riportava semplicemente "Welcome to the club".
La safety di Marshall è spesso citata come la figuraccia più figuraccia nella storia della NFL, ed è sistematicamente presente in tutte le compilation delle giocate più catastrofiche della Lega.
Dai Jim, in fondo è pur sempre un record...

venerdì 28 settembre 2012

Dallas Texans

Oggi ricorrono i 60 anni dal kick off della prima ed unica stagione in NFL dei Dallas Texans, ambizioso progetto del giovane milionario Giles Miller, che aveva acquistato armi e bagagli i New York Yanks per trasferirli in Texas, diventando la prima franchigia NFL nella storia dello stato con la stella.
L'idea era di chiamarli Rangers, ma poi prevalse la linea di rivendicazione dell'anima texana. E poi, partenza col botto perché giocava in casa al Cotton Bowl, un pezzo di storia del football, capace di 75.000 persone. Miller aveva imprudentemente dichiarato "there is room in Texas for all kinds of football" confidando nella fame di NFL in luoghi dove esisteva un grande attaccamento al football prep e di college.
Invece, quel 28 settembre, davanti a poco più di 17 mila persone, si capì subito il tenore della stagione: lacrime e sangue. La sconfitta 24-6 con i Giants fu la prima di una serie che portò i texani a disamorarsi del progetto, fino alla gara del 9 novembre dove sugli spalti si contarono non più di diecimila persone, una miseria assoluta.
Fu l'ultima gara dei Texans in Texas, la squadra trovò pesanti difficoltà economiche per il mancato supporto delle imprese locali e dovette traslocare in Pennsylvania, ad Hershey, diventando un travelling team e giocando le programmate due ultime gare casalinghe al Rubber Stadium di Akron, Ohio.
Questo comportò il deprimente contorno (3000 anime) all'unica vittoria stagionale il giorno del ringraziamento contro i Bears di Halas, vittoria totalmente inaspettata che potè almeno evitare di dare alla lega la macchia di una squadra sempre perdente in tutte le gare di stagione.
Il progetto fallì miseramente e la NFL ritirò la franchigia, successivamente la trasferì ai Baltimore Colts che però ufficialmente risultano un team di espansione e quindi non si portano dietro il palmare sedi Texans.
Questi ultimi, di conseguenza, risultano l'ultima squadra della NFL che ha cessato totalmente le operazioni. Solo nel 1960, grazie alla neonata AFL, risorgeranno i Texans che però si trasferiranno nel 1963 a Kansas City, lasciando campo libero ad una franchigia (i Cowboys) che ha poi scritto pagine centrali nella storia di questo sport.

lunedì 9 luglio 2012

Frankford Yellow Jackets

La storia incrocia i destini di qualsiasi vicenda, nel bene o nel male, a volte in entrambi i casi.
I Frankford Yellow Jackets erano una squadra di football professionistico fondati nel 1899 come Frankford Athletic Association, un sobborgo nel nord di Philadelphia, nel 1922 assorbirono la Union Quakers of PHiladelphia e si avviarono a diventare una delle più forti realtà dello stato tanto da ottenere un record di 6-2-1 contro squadre della NFL tra il 1922 ed il 1923.
Ovvio aspettarsi il salto dentro la lega professionistica, di cui furono protagonisti nella seconda metà degli anni '20 raggiungendo la vittoria nel 1926, mentre l'anno prima furono i promotori della sospensione dei Pottsville Maroons che diede di fatto il titolo ai Chicago Cardinals.
La grande depressione del 1929 colpì duramente anche lo sport professionistico e le "giacche gialle", il taglio dei veterani della squadra nel 1930, rimpiazzati da rookie usciti direttamente dal college diede alla squadra ben poche soddisfazioni, se a questo sommiamo l'abbandono del supporto dall'associazione veterana Legion Post e la riduzione del pubblico pagante otteniamo la pessima situazione che si perpetuò anche l'anno successivo, aggravata dall'inagibilità a causa di un incendio del Frankford Stadium.
Essere senza impianto fisso costrinse Frankford ad utilizzare tre impianti dell'area metropolitana di Philadelphia, ma che dissuadevano, per la distanza, i tifosi. Dopo il deserto sugli spalti di Yellow Jackets - Spartans, il commissioner NFL propose alla squadra di disputare solo gare in trasferta, nonostante l'accettazione, gli Yellow Jackets, dopo la vittoria a Chicago 13-12, sospesero la propria attività.
Passeranno quasi 68 anni prima che un team di Philadelphia riesca a violare il campo dei Bears (17 ottobre 1999: PHI@CHI 20-16).
La NFL spese i successivi due anni per trovare un progetto che potesse far tornare il football pro a Philadelphia, trovandolo il 9 luglio 1933 in Bert Bell e Lud Wray, le ceneri del progetto Yellow Jackets, che chiamarono il loro team Philadelphia Eagles, in onore dell'aquila simbolo del new deal del presidente Roosevelt. Non si può certo considerare il progetto Eagles come un continuo effettivo di Frankford, perchè la franchigia fu acquistata da Bell e Wray ex novo, tuttavia come omaggio a questo team defunto, Phila giocò con i primi colori giallo ed azzurro come una versione già indossata dagli Yellow Jackets, gli ideali padri degli Eagles.