domenica 6 gennaio 2013

Lou Holtz

"If what you did yesterday seems big, you haven't done anything today."

Louis Leo Holtz, quest'anno compie 75 anni. Grande motivatore, ormai impegnato a fare commenti tecnici, si è ritirato dalla carriera di head coach dopo essere riuscito in una impresa epica quale portare sei diversi programmi sportivi collegiali ad un Bowl (William&Mary, NC State, Arkansas, Minnesota, Notre Dame e South Carolina), e quattro nel top 20.
Campione nazionale per consenso con Notre Dame nel 1988 dopo la vittoria nel Fiesta Bowl, a vent'anni da questa vittoria è stato inserito nella College Football Hall of Fame.
Auguri coach!

venerdì 4 gennaio 2013

Don Shula

Immaginate di essere dei ragazzetti di 12-13 anni e di tifare per una specie di squadra neopromossa ma ambiziosa, e di vedere messo sotto contratto uno dei migliori coach del campionato, poi crescete, vi diplomate, e il coach incredibilmente è ancora coach lì da voi.
Poi vi iscrivete all'università, la finite con qualche lungaggine, ed il coach è ancora lì. Passate un paio di anni a cercare lavoro, lo trovate se dio vuole, e il coach sta ancora allenamento la vostra squadra.
Vi fidanzate, vi sposate, magari avete qualche figlio, e il coach è ancora lì. andate per i quarant'anni e il coach ancora allena la stessa squadra, e tutti gli anni, tranne un paio di sfortunate stagioni, è sempre riuscito a fare record positivi.
Situazioni di altri tempi, vero? Anche se il coach di cui stiamo parlando è Don Shula, un "ragazzo" che ha compiuto 83 anni e che festeggerà tra poco i 50 anni dal suo primo incarico di capo allenatore.
Una specie di leggenda nel football professionistico, che ha raggiunto nella sua carriera durata trentacinque anni, ben sei superbowl vincendone due e perdendo quello che è poi diventato la storica "Garanzia" ovvero Jets-Colts 17-6, il primo superbowl vinto da una squadra AFL.
Terminata la carriera professionistica nei Redskins a 27 anni, a trenta aveva assunto l'incarico di coordinatore difensivo a Detroit, correva l'anno 1960 e dopo tre stagioni sul lago, la sua ex squadra dove aveva militato come cornerback, i Colts, lo ingaggiò facendolo diventare, a 33 anni, il più giovane capo allenatore della storia, non senza accese polemiche per la sua presunta inesperienza.
Johnny Unitas, suo compagno di squadra nel 1956, divenne la sua arma per condurre i Colts a sette ottime stagioni (record di 71-23-4) macchiate indelebilmente da due sconfitte in post season, dove Baltimore partiva favorita: il Championship del 1964 dove i biancazzurri persero traumaticamente per 27-0 dai Brown, e soprattutto il Superbowl III, quello della "Garanzia". Nel 1965 fu invece la sfortuna a tramare contro i Colts nei playoff quando furono costretti a schierare il runningback Tom Matte in posizione di QB per il contemporaneo infortunio di Unitas e della sua riserva Gary Cuozzo.
Era ora di cambiare aria, così nell'anno della fusione tra NFL ed AFL, Shula passò ai Miami Dolphins, iniziando un percorso che sarebbe turato un quarto di secolo, ed avrebbe ricompreso quelli che attualmente sono gli unici due titoli della franchigia della Florida, compresa la Perfect Season del 1972, guidando quarteback del calibro di Bob Griese e Dan Marino. Il suo record finale, dopo tutti questi anni, 328-156-6, si può considerare veramente eccezionale, se a questo si aggiunge che ha portato Miami 16 volte alla postseason in 26 stagioni.
Sebbene goda di ottima salute, gli hanno già intitolato un impanto (alla John Carroll University), una expressway a Miami, ed un bowl, quello che si gioca tutti gli anni tra Florida Athlantic University e Florida international University. Potrete trovare una sua statua fuori dal Sun Life Stadium.

lunedì 31 dicembre 2012

Permian Panthers

Che faccia ha Odessa, Texas?
Un ritratto a pennellate violente del West Texas, dove la natura sopra il pelo del suolo non è stata particolarmente generosa, in una sorta di terra di nessuno che galleggia sul petrolio, su cui si incrociano strade polverose e conigli a cui sparano gli abitanti della zona.
Permian. Texas. Football. Panthers.
Quella diventata famosa al di fuori dei patiti dell'high school football per il libro, il film e la successiva serie Friday Night Lights in cui veniva tratteggiata a tinte forti la stagione 1988 dove i Panthers giunsero alla semifinale statale del Texas.
Storia considerata il quarto miglior libro sportivo di sempre ed il migliore mai scritto sul football, e che ha scosso non poco la comunità da sempre attaccatissima a questa realtà sportiva, che ancora sente la ferita sulla pelle.
I giocatori hanno sostanzialmente confermato l'impianto del libro e gli episodi in esso contenuti, in special modo Brian Chavez, TE della squadra all'epoca, mentre i tecnici hanno preso le distanze, a partire da coach Gary Gaines, che ha sottolineato come il libro spingesse sui lati più controversi della sua gestione come il razzismo ed il lasciare assai in secondo piano l'aspetto scolastico dei giocatori, pur sempre studenti di scuola superiore, "None of us were all perfect" ha dichiarato in apertura di una intervista per ESPN. Molto meno contenuti sono stati i commenti dell'allora secondo e poi capo allenatore tra il 1994 ed il 1999 Randy Mayes, che ha bollato il libro come un romanzo in toto, costruito per creare controversia e quindi interesse, e quindi soldi.
Bissinger, autore del libro, a distanza di ormai venticinque anni dalla sua pubblicazione, si inalbera ancora sul suo presunto "tradimento" ai danni della comunità di Odessa, ricordando che ogni episodio presentato nel libro non è mai stato smentito ufficialmente alla prova dei fatti. Il volume non aveva peraltro avuto una genesi facile: Gaines all'inizio aveva rifiutato l'idea della scrittura di questo tipo di volume, terrorizzato dall'idea di fare la figura rimediata da Bobby Knight, allenatore di basket di Indiana tratteggiato da John Feinstein nel suo A Season On The Brink, ma alla fine aveva ceduto, cadendo nell'idea, poi generalizzata, che il libro sarebbe stato una specie di esaltazione totale del programma.
Un programma che lasciava totale libertà ai ragazzi a partire dal pass gratuito di entrata ed uscita, ed una sorta di immunità per gli impegni scolastici, come confermato da Boobie Miles, una delle stelle (quell'anno messo fuori dall'operazione al ginocchio), che ha rimproverato la scuola di averlo semplicemente "promosso" senza dargli una vera istruzione.
Gaines ha sempre rifiutato questa visione dei fatti, sottolineando che moltissimi degli studenti che hanno partecipato al programma di football sono poi diventati medici, avvocati, eccetera. Rimane questa idea che emerge dal libro, oltre all'innegabile fatto che Odessa sia presa ad esempio di mali congeniti ad una terra come il sud degli Stati Uniti, mali che sulla carta sono ormai acqua passata ma che nelle parole dei tecnici che hanno lavorato al programma, ancora sono ben presenti.
Per dovere di cronaca, il film tratteggia in maniera decisamente più edulcorata il problema del razzismo preferendo sottolineare le capacità dell'allenatore, la coesione del gruppo ed il "fanatismo" di tifosi e booster, mentre la serie (che non ho visto) sembra invece molto ben centrata su certi aspetti di Odessa come rappresentazione in scala di quello che avviene negli Stati Uniti.
La Permian, nella stagione 1988 giunse appunto alle semifinali statali (nel film diventa la finale, per dare maggiore forza ad una narrazione che assume i soliti caratteri epici); l'anno successivo, sotto la guida dello stesso Gaines, vinse il titolo del Texas e fu eletta squadra campione nazionale seppur in coabitazione con la St. Ignatius di Cleveland.

mercoledì 12 dicembre 2012

Ma i Pottsville Maroons?

Pottsville è un piccolo paesino della Pennsylvania che oggi conta meno di quindicimila abitanti, in mezzo alla Coal Region, cosiddetta per le ricche miniere di antracite presenti in quella zona, a circa 150 km da Philadelphia.
Giusto per ribadire la vocazione del territorio, i Pottsville Eleven (gli "Undici di Pottsville", fantasia al potere...) giocavano a football al Minersville Park (Parco della Città dei Minatori) e nel 1924 si iscrissero alla Anthracite League come Pottsville Maroons. Ok, abbiamo capito l'antifona.
Nel 1925, dopo la vittoria nella suddetta lega, che collassò dopo un solo anno di vita, i Maroons si spostarono nella NFL che all'epoca era ben diversa da quella odierna, ma che stava progressivamente cambiando pelle: nell'anno dell'ingresso di Pottsville furono ammesse alla lega anche franchigie di città come New York (Giants) e Detroit (Panthers).
Primo anno di presenza e subito protagonisti della lega, con la vittoria determinante sui Chicago Cardinals del 6 dicembre, che in pratica consegnò il titolo alla squadra di proprietà di John Streigel. Carichi di quel trionfo, i giallorossi sfidarono la squadra dell'università di Notre Dame al glorioso Shibe Park di Philadelhpia in un match previsto il 12 dicembre.
Dietro c'era stato un gioco di dispetti che aveva visto coinvolta la squadra di Pottsville ed i Frankford Yellow Jackets: questi ultimi, dopo aver battuto sul proprio terreno di casa i Maroons per 20-0 il 14 novembre, si erano assicurati il diritto, come miglior squadra dell'East, di affrontare Notre Dame in una sorta di match esibizione tra il top dei pro ed il top del college football. I Maroons avevano asfaltato Frankford nel rematch 49-0 ed avevano strappato loro il diritto di giocare la gara, gli Yellow Jackets avevano così deciso di programmare una gara di campionato lo stesso giorno del match esibizione, costringendo così Pottsville a "sloggiare" da Philadelphia.
Eccitati dall'idea di disputare una gara tanto importante, i Maroons so offrirono di ospitare Notre Dame al Minersville Park, che all'epoca conteneva circa 5.000 persone, una quantità che già era esigua per la NFL, figurarsi per una gara del genere, di conseguenza scelsero Shibe Park che poteva contenere all'incirca 23.000 persone. Carr, il commissioner della NFL, mise per iscritto la minaccia di sospendere i Maroons se fossero scesi in campo violando così i diritti territoriali di Frankford, ma questi, forti pare di una autorizzazione telefonica, scesero in campo ugualmente davanti a circa 10.000 persone battendo Notre Dame per 9-7 con un field goal all'ultimo minuto.
Sportivamente parlando, la vittoria dei Maroons è uno spartiacque: prima di tale vittoria il college football era generalmente considerato migliore del football pro, il cambio di equilibri diede una nuova spinta alle leghe professionistiche tanto che proprio l'anno successivo venne fondata la prima versione della AFL.
A livello di "burocrazia" invece, la gara per Pottsville fu devastante: la squadra fu sospesa e quindi non potè disputare in maniera ufficiale altre gare valide per la NFL, i Cardinals presero la palla al balzo ed allestirono due match con squadre già praticamente in vacanza e migliorarono la propria percentuale di vittorie sorpassando i Maroons e laureandosi campioni della lega, dando il via ad una controversia che ancora nel 2003 faceva discutere le squadre ed i tifosi.
A quanto pare, a volte i sogni si pagano a caro prezzo...


domenica 9 dicembre 2012

Heisman Trophy

Al Downtown Athletic Club, il 9 dicembre del 1935, venne premiato Jay Berwanger come il miglior atleta di College Football della stagione.
Quello che nel suo anno iniziale fu chiamato semplicemente Downtown Athletic Club Trophy fu, l'anno successivo, rinominato Heisman Trophy in onore di coach John Heisman, campione nazionale con Georgia Tech nel 1917 e allenatore anche di basket e baseball.
L'Heisman Trophy negli anni è diventato ambitissimo trofeo per il mondo del College Football, e cinque vincitori (Doak Walker, Roger Staubach, Tony Dorsett, Marcus Allen, Barry Sanders) sono poi stati selezionati per la Pro Football Hall of Fame.
La stragrande maggioranza dei vincitori si posiziona in ruoli d'attacco (QB o RBs), hanno rotto questo incantesimo pochissimi giocatori:
Larry Kelley (End, Yale, 1936)
Leon Hart (End, Notre Dame, 1949)
Johnny Rodgers (WR, Nebraska, 1972)
Desmond Howards (WR, Michigan, 1991)
Charles Woodson (CB, Michigan, 1997)
L'unico giocatore ad aver vinto per due volte il trofeo (cosa assolutamente eccezionale perchè la carriera universitaria dura quattro anni!) è stato Archie Griffin di Ohio State (1974,1975).
Notre Dame, Ohio State ed University of South California attualmente detengono il record di trofei vinti dai loro giocatori, sette per ogni college.
L'Heisman curse, ovvero la maledizione dell'Heisman, è una diceria che dovrebbe colpire il vincitore, facendogli perdere il bowl successivo alla vittoria, ma questo non accade ormai da svariati anni.
Per una lista completa dei vincitori potere vedere http://en.wikipedia.org/wiki/List_of_Heisman_Trophy_winners

martedì 4 dicembre 2012

The Iron Man Game

Il 4 dicembre di ottant'anni fa, all'Universal Stadium di Portsmouth (conosciuto anche come Spartan Municipal Stadium), in Ohio, andò in scena la penultima gara stagionale degli Spartans, contro i campioni in carica di Green Bay, da cui avevano subito circa due mesi prima quella che al momento rimaneva l'unica sconfitta del torneo.

Tra Green Bay e Portsmouth non correva buon sangue dall'anno prima quando i Packers e gli Spartans si erano contesi il titolo al termine di una stagione fatta di 14 gare, e Green Bay, per bocca del suo presidente, L.H. Joanness, aveva chiuso la stagione senza giocare un match proposto dagli Spartans valevole come una sorta di gara per il titolo. 
Potsy Clark
Gli Spartans nel 1932 erano guidati sulla sideline da George Clark, detto Potsy, allenatore di football e baseball e direttore atletico già di Michigan A&M (poi Michigan State) Kansas e Butler.
Potsy era uno che evidentemente il two-platoon system non lo poteva nemmeno concepire, preferiva dar vita a quelli che venivano chiamati iron man game dove gli stessi undici uomini giocavano tutta la gara. E lo fece anche come dispetto a Green Bay che non gli aveva permesso fino in fondo di giocarsi il titolo 1931, alla sua prima stagione da allenatore di un team pro.
Quello che giocarono gli Spartans rimane uno degli iron man game più famosi della storia della lega, anche perchè la giovane franchigia dell'Ohio, che successivamente verrà trasferita in Michigan diventando quelli che sono ora i Detroit Lions, sconfisse inaspettatamente i Packers 19-0.
C'è da dire che, se anche avesse voluto cambiare i giocatori, pare proprio che Potsy non avrebbe avuto poi così tanta scelta: la rosa degli Spartans si aggirava attorno ai sedici giocatori. Tuttavia in quella squadra giocavano due All-Pro come Dutch Clark, TB-DB che guidò a fine stagione la classifica dei punti segnati con 55 e smise di giocare proprio quell'anno per andare ad allenare nel suo paese natale, il Colorado; e Roy Lee "Father" Lumpkin, dal fisico possente, che giocò in vari ruoli nel backfield e che a Georgia Tech era stato soprannominato, per la potenza, "Rambling Wreck from Georgia Tech", ovvero come la Ford T mascotte del college. A loro aggiungiamo anche Harry Ebding, Right End, che giocò ben sette stagioni tra Portsmouth e Detroit; e Bill McKalip, Left End, che nei quattro anni di gioco come professionista mise assieme due selezioni come All-Pro.

I malva di Portsmouth grazie a quella vittoria giunsero a pari merito con i Chicago Bears (6-1 senza contare i pareggi), e costrinsero la lega a far disputare quello che gli Spartans avrebbero voluto organizzare già l'anno precedente: una gara di spareggio, che si può considerare il primo Championship della storia, in cui persero 9-0.
La questione delle sostituzioni tenne lungamente banco nel football tra gli anni '30 e gli anni '40 fino all'introduzione definitiva delle sostituzioni illimitate durante la stagione del 1950. Ancora oggi c'è chi caldeggia il ritorno degli schieramenti stile calcio e rugby, che secondo i principali fautori porterebbero a minori costi e semplificazione del gioco, tuttavia appare abbastanza scontato che la specializzazione che raggiungono i moderni giocatori, non sarebbe più possibile con il ritorno all'undici contro undici, di conseguenza non potrebbero vedersi certi gesti atletici in dei giocatori che devono essere in grado di ricoprire ruoli diversi.
Ma si sa che ognuno ha la propria visione del giuoco, che dev'essere più o meno quello che deve aver detto Potsy Clark a Curly Lambeau dopo averlo sconfitto

domenica 25 novembre 2012

"They can quit playing now, they have played the perfect game"

Di solito non è facile avere la percezione della grandezza di quello che ci sta succedendo intorno. Più spesso ci si rende conto della grandezza di quello che si sta attivamente creando, con i propri gesti, i propri slanci, i propri errori. Si ha una sorta di sentore che gli sforzi tuoi e di chi ti sta attorno stiano edificando qualcosa che rimarrà nel tempo.
25 novembre 1971, Owen Field di Norman, Oklahoma.
E' il giorno del Ringraziamento e si dovrebbe rimanere a casa a mangiare il tacchino, invece ci sono 62.884 persone in uno stadio che dovrebbe essere omologato per circa mille spettatori in meno. Ma sta per scendere in campo Nebraska, rankata #1 nazionale, e la squadra di casa Oklahoma, rankata #2, sta per iniziare una partita che definire sentita è ancora poco. In campo stanno per scendere diciassette (17) dei ventidue (22) migliori giocatori della Big Eight di quell'anno, in termini calcistici come se la nazionale si dividesse in due squadre e si giocasse lo scudetto. Nebraska guida la classifica nazionale come miglior difesa, Oklahoma guida la medesima come miglior attacco con una media di 472 yards su corsa a gara, mostruoso.
Sports Illustrated alla vigilia della gara pubblica una copertina-fotomontaggio dove il LB di Nebraska Terrio ed il RB di Oklahoma Pruitt sono di fronte. il titolo è "Irresistible Oklahoma Meets Immovable Nebraska". Quest'ultima viene da venti incontri vittoriosi, nella sua linea difensiva ci sono sette prime scelte della All-Big Eight selection, quattro che diventeranno All-American, e due vincitori dell'Outland Trophy (Jacobson e Glover). I ragazzi di casa, ed il loro attacco atomico, sono guidati dal QB Jack Mildren (più di mille yards su corsa, scelto poi dalla NFL come defensive back) ma soprattutto il candidato all'Heisman Greg Pruitt che porta una media di nove yard e mezzo. Tom Brahaney, futuro Hall of Fame, è il centro della linea offensiva.
L'ABC manda in onda in diretta la gara con 55 milioni di americani a guardarla, in palio c'è la vittoria nella Big Eight ma soprattutto la prima piazza nel ranking nazionale, in pratica una incollatura dal titolo di campione degli Stati Uniti. Solo le partecipazioni ai bowl sono già determinate: Nebraska andrà a Miami all'Orange, Oklahoma al Sugar a New Orleans.

La gara è altalenante ed atipica per le due squadre, con Nebraska che va a tabellone per prima grazie al RB Johnny Rodgers (Heisman Trophy l'anno successivo e giocatore del secolo di Nebraska) che ritorna in touchdown un punt da 72 yard. Il ritorno è uno dei momenti che segnano uno sport: Rodges slaloma tra gli avversari evitando persino un referee, volando sulla parte sinistra del campo tra il delirio della sideline. Forse Blahak, il CB di Nebraska, commette un blocco irregolare su Jon Harrison, ma gli arbitri convalidano. 7-0.
I treni dei Sooners non riescono a partire, massacrati da una difesa di Nebraska che alza decisamente l'asticella della competizione, Glover terminerà la gara con ventidue (ok, rileggetelo: ventidue) placcaggi nonostante abbia davanti un All-American come Brahaney.
I treni non partono? Dopo aver concesso il 14-3 agli ospiti è lo stesso Mildren che usa le gambe e il braccio trovando Harrison per il minimo vantaggio all'intervallo lungo 17-14.
Si ricomincia ed il running game che funziona inizialmente è quello dei Cornhuskers che si portano 28-17 ma i  Sooners riacchiappano la gara 31-28 con sette minuti e cinque secondi sul cronometro ed il kick off che porta la palla sulle 26 di Nebraska. Qui il qb degli ospiti Tagge trova Rodgers che corre fino alle 15 di Oklahoma, poi quattro portate di Kinney terminano nel touchdown che muove il tabellone sul 35-31 con due minuti alla fine. Due sack di Mildren nel terzo e nel quarto down dell'ultimo possesso mettono fine ad una gara che ancora più del titolo nazionale dell'anno prima, proietta Nebraska alle stelle come popolarità.

I Cornhuskers demoliranno Alabama all'Orange Bowl 38-6 e confermeranno il titolo nazionale, coach Devaney si ritirerà l'anno dopo, fresco di vittoria di nuovo all'Orange Bowl contro Notre Dame.

I Sooners, nonostante la sconfitta, batteranno Auburn al Sugar Bowl 40-22 e rilancerano il loro programma diventando contender fissi per il titolo nazionale per tutti gli anni '70 e parte degli anni '80.

La Nebraska del '71 sarà votata nel 1988 da The Sporting News "The Greatest Team of the Tweintieth Century". ESPN.com nel 2008 voterà Nebraska come "The best college football team of all time".

Dave Kindred dopo la gara scrisse sul Louisville Courier-Journal "They can quit playing now, they have played the perfect game."