lunedì 23 settembre 2013

Bottlegate

Sia chiaro, non era comunque una stagione esaltante per i Browns, fermi sul 6-6.
D'altronde si trattava della loro terza stagione al rientro nella NFL dopo che la squadra nel 1995 era stata spostata baracca e burattini a Baltimore, lasciando a Cleveland le insegne e la memorabilia, ed un triste Municipal Stadium in attesa di essere demolito.
Però si sa, le stagioni a volte vivono momenti di svolta che stanno dentro piccole e sofferte vittorie, una corsa fermata al momento giusto, un TD siglato al momento giusto.
Il problema è che i momenti di svolta possono pioverti addosso anche in maniera poco ortodossa come successe il 16 dicembre, quando nel nuovissimo Browns Stadium, Cleveland ospitava i Jacksonville Jaguars. I Browns stavano guidando verso la end zone est il drive decisivo dato che i Jaguars conducevano 15-10, ma a 48 secondi dal termine della gara e senza timeout i padroni di casa erano usciti da una situazione scabrosa convertendo un 4th&1 con passaggio di Couch a Quincy Morgan. A giocatori schierati Couch ricevette lo snap e fece una spike per fermare il cronometro ed il referee segnalò che avrebbe rivisto la precedente giocata.
Ovviamente la "scusa" fu che l'avviso dell'ufficiale addetto al replay fosse arrivato prima che fosse partita la giocata, il referee Terry McAulay (che nella sua carriera poi ha diretto due Super Bowl) venne affrontato da un Butch Davis un po' su di giri per quel pasticcio arbitrale, le regole NFL vietano infatti che venga rivista una azione se quella successiva ha già preso avvio. Nella review, tanto per far piovere sul bagnato McAulay stabilì che Morgan non aveva mai avuto il controllo della palla, così il passaggio era da ritenersi incompleto, con conseguente cambio di possesso a favore dei Jaguars.
I malumori serpeggianti sulle tribune esplosero in un fitto lancio di oggetti dal Dawg Pound, la zona dove è posizionato il tifo "caldo" di una città come Cleveland che a sua volta è "calda" nel tifo. Il problema fu che il lancio era di bottiglie prevalentemente di birra, che invasero la endzone verso cui attaccava Cleveland. Il capo arbitro non contento del cambio di giudizio e indispettito della protesta, dichiarò terminato l'incontro con aria particolarmente scocciata (vedetevelo, vale la pena). I giocatori si avviarono al tunnell di ingresso in campo trovando la strada sbarrata da un fuoco di fila di bottigliette provenienti dagli spalti, così questi omoni che in campo si picchiavano come maniscalchi, furono costretti a fare gli ultimi metri di endzone di corsa proteggendosi il capo con le mani per evitare di essere centrati da qualcosa proveniente dagli spogliatoi.
Il mesto finale, con la sovrimpressione del risultato, tutta ornata di festoni natalizi, attorniata da bottigliette di birra vuote, in realtà non fu il vero finale della gara, perchè il commissioner NFL dell'epoca, Tagliabue, mezzora dopo tutto questo, rispedì le squadre e la crew arbitrale in campo per giocare gli ultimi secondi della gara con i Jaguars in possesso palla, tra gli ululati dei quasi 73.000 spettatori presenti quel giorno nell'impianto.
Gli ufficiali di gara, si apprese in seguito, furono scortati fuori dallo stadio dalla polizia. Il presidente della squadra  Carmen Policy ebbe a dire:
"I am not criticizing the fans at all, because I don't think it's appropriate today. I think a lot has happened. The fans' hearts have been ripped out. I am not condoning what the fans did, and I'm not criticizing it. I am not condoning what the officials did."
Sta di fatto che successivamente fu tratto in arresto un tifoso che se la prese con un agente di polizia addetto al traffico nella zona dello stadio. Il cornerback Daylon McCutcheon fu tra i pochi Browns a non "giustificare" la rabbia dei tifosi perchè, come ricordò poi Coughlin, all'epoca ai Jaguars, dagli spalti non piovvero bottigliette di plastica vuote, ma bottiglie di vetro semipiene di birra.
A quanto pare... Only the Browns could lose in this fashion.

martedì 17 settembre 2013

Il Rose Bowl del 1922



"All I know about Washington and Jefferson is that they're both dead."


Questa affermazione del giornalista Jack James del San Francisco Examiner era il bizzarro prologo al Rose Bowl del 1922, l'ultimo svoltosi al Tournament Park, e di conseguenza l'ultimo ad avere come nome ufficiale Tournament East-West Football Game.
Washington and Jefferson è tuttora un piccolissimo college della contea di Washington, Pennsylvania, che all'epoca contava 450 studenti, ma che miracolosamente allenata da Greasy Neale, era giunta al termine della stagione regolare con un netto 10-0 che la issavano sul gradino più alto tra le formazioni dell'est degli States. Neale era un eclettico allenatore che non aveva sfigurato né come giocatore di baseball (Cincinnati Reds e per pochissimo Philadelphia Phillies) né tanto meno come giocatore di football nella Ohio League con varie squadre; smesse le braghe, si era messo ad allenare le squadre di college: Muskingum, West Virginia Wesleyan, Marietta, ottenendo con quest'ultima una stagione da 7-1 nel 1920.
La felice parentesi di Marietta lo portò sulla sideline di W&J dove, nella sua prima stagione applicò alcune felici prassi soprattutto a livello di recruiting, assemblando una squadra solida in difesa, tanto da completare un exploit mica da ridere battendo Pitt, Detroit e Syracuse. Il 7-0 su Pitt era stato così sentito che per celebrarlo erano state annullate le lezioni per un giorno ed accesi falò di festa, seguiti addirittura da alcuni "inspirational speech" davanti al tribunale della contea di Washington. Nella stagione in cui aveva esordito la diretta radiofonica di una partita di football proprio tra due rivali di W&J (West Virginia e Pitt), obtorto collo gli organizzatori del Rose Bowl, come loro tradizione, chiamarono i Prexies a giocare la gara contro la migliore dell'Ovest, la University of California di Berkeley guidata da Andy Smith che aveva concluso la stagione 9-0 battendo Washington State, Stanford, Washington e Oregon. A Washington arrivò un telegramma che recitava:
"The directors of the Tournament of Roses Association have unanimously resolved that the artistic and educational pageant of New Year's Day, January 2, 1922 shall be followed by a football game between the best teams of the East and the West, and by like vote have determined to issue an invitation to Washington and Jefferson College to send its eleven as the Eastern representative."
I vostri undici. era una formula usata per indicare l'intera squadra, tuttavia la trasferta in California presentava non poche problematiche logistiche per il piccolissimo istituto, che si potè permettere di mandare a tutti gli effetti veramente solo venti uomini a Pasadena.
Il lunghissimo viaggio in treno di 4.000 chilometri, che i giocatori si pagarono da soli (Robert "Mother" Murphy ipotecò la casa per pagarselo) a quell'epoca non era una passeggiata fatta su comodi convogli superveloci: coach Greasy Neale pretese di continuare ad allenare anche durante il viaggio, ne conseguì che Lee Spillers si prese una polmonite e non potè continuare il viaggio, ricoverato all'ospedale di Kansas City. E. Lee, North racconta in Battling the Indians, Panthers, and Nittany Lions: The Story of Washington & Jefferson College's First Century of Football, come in realtà sul treno ci fosse un uomo in più della squadra che viaggiava abusivamente e che venne allo scoperto all'insorgere della malattia del compagno.
Tutto questo dava adito alle previsioni degli analisti, per cui la gara veniva data vinta dai Golden Bears con scarto tra i 14 ed i 21 punti.
Gli ultimi due allenamenti effettuati da W&J il giorno di capodanno si incentrarono su quello che oggi viene chiamato special team: disturbo o blocco di kick e punt e dei rispettivi ritorni.

Poi si fece il 2 gennaio 1922.
Loro non lo sapevano, ma Herb Kopf e Carl Konvolinka come end, il capitano Russ Stein e Chet Widerquist (tackle), Ralph Vince e Ray Neal (guardie), Al Crook (centro), Charlie "Pruner" West (quarterback) al posto dell'infortunato Ray McLaughlin, Hal "Swede" Erickson e Wayne Brenkert (halfback) e Joe Basista (fullback) scesero in campo e vi rimasero tutti ed undici per tutta la gara. Gli ultimi undici ironman nella storia del Rose Bowl.
Charlie West fu il primo quarterback afroamericano a scendere in campo in un Rose Bowl. Hal Erickson invece era al suo secondo Rose Bowl, avendo giocato per Great Lakes nella gara del 1919 dove aveva sconfitto i Mare Island Marines, buon auspicio?
Può darsi, ma certo di buon auspicio non fu la crew arbitrale che annullò un TD ai Prexies per un offside del capitano Stein che avrebbe portato allo sblocco del risultato nel primo tempo, per il resto della gara, in un campo fortemente allentato dalle piogge che avevano imperversato nella California durante i giorni precedenti, le difese ebbero la meglio sugli attacchi, si susseguirono i punt e la tenace linea di W&J tenne lontano dalla segnatura Cal, che schierò anche un non certo brillante Harold "Brick" Muller, passatore medaglia di bronzo nel salto in alto ad Anversa nel 1920 che mise assieme solo due lanci, di cui uno finito in un fumble. Le lancette scorsero, inesorabili per Cal, fino alla fine.

California 0 Washington & Jefferson 0

L'ultimo e unico pareggio senza punti a tabellone nella storia del bowl. Stein fu votato miglior giocatore della gara e il piccolo college della Pennsylvania, con una improbabile e gagliarda prestazione, mise la museruola agli orsi californiani.
Washington & Jefferson, con quella stagione imbattuta, secondo l'Official NCAA Division I Football Records Book, si può considerare Campione del 1921 al pari di altre squadre come Cal, Cornell e Lafayette, tuttavia questo titolo non compare negli annali della scuola, forse per modestia, forse perchè per anni il football non ha rappresentato il fiore all'occhiello di un college che ha ripreso il programma solo nei primi anni '80 dopo averlo cancellato per diversi decenni.
Rimane ovviamente quella sorniona soddisfazione di essere stati un piccolo Davide che ha fermato il grande Golia.

lunedì 19 agosto 2013

Sam Cunningham e USC-Bama del 1970


Il 12 era una sera di settembre calda e umida a Birmingham, Alabama, in quel 1970. Si apriva la stagione del football e davanti si trovavano i due college che avevano segnato la storia recente di questo sport: l'Alabama Crimson Tide, allenata da Paul "Bear" Bryant, e gli USC Trojans di John McKay. A quel momento, non esisteva scontro che mettesse in campo una storia recente tanto blasonata: la marea rossa aveva messo assieme tre titoli da quando era arrivato Bryant, USC aveva perso due partite negli ultimi tre anni.
Come ha affermato giustamente Darren Everson sul WSJ, se il passato è prologo nello sport, è particolarmente vero nel college football, in cui vi è la continuità e la profondità della tradizione. Quello che successe quel giorno, oltre 40 anni fa, è una delle chiavi di volta di un programma sportivo collegiale come quello di Alabama, che ancora oggi è sulla breccia, preparando tonnellate di atleti NFL-ready.
USC si presentò con un backfield all-black e dominò la gara 42-21 mettendo alla frusta i ragazzi di Bryant grazie a sei touchdown di atleti di colore, tra cui due di Sam Cunninghamnon, un backup sophomore alla sua prima partita nel college football, che di sicuro non si rese immediatamente conto del significato storico del giorno: fu la prima volta in cui una squadra completamente integrata aveva giocato in trasferta contro Alabama
"It wasn't the first time I'd played an all-white football team, so that didn't bother me at all, it was my first road trip, first varsity game. I was more concerned about getting a chance to play and not making any mistakes."
La disfatta lasciò una notevole impressione sui tifosi e gli addetti ai lavori di Alabama. I Trojans guadagnarono 559 yards, quasi 300 in più rispetto a Bama. Cunningham mise assieme 135 yards e i due touchdown in appena 12 portate. Questo fece di lui una sorta di mito anti-segregazione giù a Tuscaloosa, la frase che ricorre più spesso, e che di volta in volta è stata affibbiata a Bryant stesso ed ai suoi assistenti, è "Sam Cunningham did more to integrate Alabama in 60 minutes than Martin Luther King did in 20 years."
Come mai questo entusiasmo? Il Programma di Alabama era salito alla ribaltacdel panorama nazionale quando si era presentato al Rose Bowl del 1926 portando a casa immediatamente il successo. La Marea Cremisi era stata forte negli anni della depressione e poi era tornata su elevatissimi standard con tre titoli nazionali negli anni '60 sotto Bryant. Ma la lentezza del Sud ad accettare l'integrazione danneggiava Bama, e subì una eclatante lezione in quel settembre del 1970.
Secondo alcuni racconti, Bryant avrebbe portato Cunningham nello spogliatoio dei Tide per mostrare ai suoi ragazzi "com'è fatto un vero giocatore" ma lo stesso ex di USC ha sempre smentito, sta di fatto che il coach perdente, grazie alla sconfitta, persuase tifosi e responsabili che l'utilizzo di giocatori di colore non solo era ormai socialmente accettabile, ma soprattutto era la scelta vincente, e Dio solo sa quanto Bryant tenesse alla vittoria dato che nella sua lunga carriera aveva messo assieme solo UNA stagione con record negativo sulle quasi quaranta disputate.
USC si avviò di lì a poco a vincere un altro titolo nazionale, nel 1972, con quella che da molti addetti ai lavori è considerata la più forte squadra di college football di tutti i tempi. Alabama vinse le resistenze razziste ed iniziò a collezionare ragazzi di colore dalle qualità eccezionali, che diedero ai Crimson Tide litri tre titoli sotto la gestione dell'Orso. 
Sam Cunningham vinse il titolo 1972 e fu scelto al primo giro nel successivo draft dai Patriots con cui giocò nove anni in NFL. Intervistato a quasi 40 anni di distanza, si è detto molto stupito del cambiamento di ambiente dalla fine degli anni '60 e primi anni '70. 
"At the time, I didn't dwell upon how big a deal it was. If I'd thought any further out, I might not have played as well as I did. But seeing the results over the past 40 years, we left an impression on college football and Alabama."
Una sconfitta che, con il senno di poi, ha giovato molto di più ad Alabama ed al suo programma sportivo, e di certo ha contribuito a cambiare le percezioni sociali del profondo sud degli Stati Uniti.

The woman who saved southern football


Richard Von Albade Gammon era nato il 4 dicembre 1879 a Rome, in Georgia. Trascorsi gli anni giovanili nella sua città, si era trasferito all'Università della Georgia, ad Athens, per esprimere il suo talento sportivo. Da Roma ad Atene.

A quell'epoca, il coach di Georgia era un personaggio poi diventato mitico come Glenn "Pop" Warner. Gammon fu schierato per tutta la stagione 1896 come quarterback e fu ai nastri di partenza anche nella successiva stagione 1897 sotto il nuovo coach McCarthy che lo schierò halfback e defensive contro Clemson e Georgia Tech, ottenendo due vittorie.
Il 30 ottobre 1897 Georgia aveva in programma la sfida all'University of Virginia ad Atlanta. All'inizio del secondo tempo Von Gammon entrò in una mischia con palla a Virginia, nel tentativo di effettuare un placcaggio, una volta terminata la giocata, gli altri giocatori si rialzarono mentre lui rimase immobile a terra. Erano altri tempi riguardo ai soccorsi e la situazione fu presa in mano da due medici che stavano seguendo la partita da spettatori sulle tribune, riscontrando, seppur privi di strumenti del mestiere, una commozione cerebrale. Il ragazzo fu portato in fretta e furia al Grady Memorial Hospital di Atlanta dove morì nelle prime ore del mattino del 31 ottobre 1897. Il conseguente funerale, tenuto presso First Presbyterian Church a Rome, ma soprattutto la diffusione sulla stampa della morte di Von Gammon, furono devastanti sia per giocatori di Virginia, che per l'opinione pubblica.
La legislatura della Georgia era in sessione, al momento dell'accaduto, e sull'onda emozionale della tragedia, i deputati promossero e votarono 91-3 un disegno di legge per vietare lo sport del football nello stato della Georgia. Altrettanto fece il Senatore Allen al senato dello stato che votò una analoga norma 31-4 per vietare tale gioco non solo nelle università ma anche in qualsiasi altra istituzione statale o che riceveva sovvenzioni dallo stato, come riportato dal New York Times del 2 novembre. Il disegno di legge avrebbe terminato i programmi di Georgia, Georgia Tech, e Mercer, ed avrebbe avuto semplicemente bisogno della controfirma dell'allora governatore William Yates Atkinson per diventare norma efficace a tutti gli effetti. Il senato accademico di Georgia aveva nel frattempo già votato autonomamente sulla soppressione del programma di football.

Rosalind Burns Gammon, madre di Von, in mezzo a questo enorme movimento contro la causa della morte di suo figlio, fece qualcosa che le rende merito non tanto per le conseguenze, quanto per la dimostrazione che l'amore per un figlio significa anche comprendere gli amori del proprio figlio: prese carta e penna e scrisse una lettera al suo rappresentante che in seguito finì nelle mani del governatore. La donna si diceva addolorata per la tragica morte del figlio, ma non voleva che lo sport che Von aveva tanto amato, finisse fuori legge. 
"It would be the greatest favor to the family of Von Gammon if your influence could prevent his death being used for an argument detrimental to the athletic cause and its advancement at the University. His love for his college and his interest in all manly sports, without which he deemed the highest type of manhood impossible, is well known by his classmates and friends, and it would be inexpressibly sad to have the cause he held so dear injured by his sacrifice. Grant me the right to request that my boy's death should not be used to defeat the most cherished object of his life. Dr. Herty's article in the Constitution of Nov. 2d is timely, and the authorities of the University can be trusted to make all needed changes for all possible consideration pertaining to the welfare of its students, if they are given the means and the confidence their loyalty and high sense of duty should deserve."
Nella freddezza di pensiero che la donna riuscì a mantenere nella missiva, menzionò come due suoi amici erano rimasti uccisi in incidenti mentre praticavano arrampicata e pattinaggio, e di come questi sport non erano stati vietati. Il Governatore Atkinson, colpito dalla lettera, pose il veto alla proposta di legge il 7 dicembre 1897. 
La signora Gammon, ancora oggi, è conosciuta come la donna che ha salvato college football in Georgia, e più in generale colei che ha salvato il college football nel sud degli States. Nel 1921, i ragazzi che avevano fatto parte della squadra di Virginia nel 1897 consegnarono una targa all'University of Georgia in onore di Von Gammon e di sua madre.

domenica 28 luglio 2013

My little brother's coming tomorrow

Le tigri bianche sono piuttosto rare, più o meno come i QB bianchi dalle parti di Grambling. Dove ha sede una delle storiche università nere degli Stati Uniti, nel pieno della Cotton Belt, in Louisiana, tanto da far parte del Louisiana African American Heritage Trail.
Qui ha allenato, per un tempo vicino ad una vita intera, Eddie Robinson: cinquantasei anni da head coach dei Tigers, squadra storicamente affiliata alla SouthWestern Athletic (FCS), con cui ha compilato il secondo miglior record di tutto il college football.
Qui, oltre alle migliaia di ragazzi afroamericani che ha avuto a disposizione nella squadra di football, ce ne fu uno, Jim Gregory, che con Grambling, così a prima vista, c'entrava poco. Cresciuto e diplomatosi a Corcorian, in California, aveva poi guadagnato l'interesse di Rob al Tulane Kings All-Star Game, e con lui, dopo l'accordo per il recruiting, verso la Louisiana erano partiti altri dodici ragazzi grazie a delle non-athletic scolarship. Secondo Gregory stesso l'idea di Rob, balzana anche a parere degli stessi concittadini di Gregory, era quella di inserire atleti bianchi per preparare i ragazzi neri alla vita che li avrebbe aspettati fuori dal college, ovvero il contatto anche professionale con la popolazione bianca.
Gregory non andò mai oltre la posizione di backup QB, chiuso da James "Shack" Harris prima e da Matt Reed poi, due nativi di Monroe; laureandosi e poi spostandosi di nuovo in California dove oltre ad insegnare arte ceramica, si è poi dedicato al football ed al basket di high school alla Reedley High School. La questione dei giocatori bianchi a Grambling è rimasta molto forte, tanto che nel 1996, quando per il Bayou Classic, c'erano in campo due starting QB bianchi, per poco qualcuno non si è sentito male. Mike Kornblau per Grambling, peraltro come Gregory trent'anni prima, non partiva da posizione titolare, ma a causa di un infortunio del junior Applewhite era stato promosso con risultati mediocri come tutta la squadra, inchiodata alla fine dell'anno ad un record negativo.

Gregory, tuttavia, ricorda sempre con grandissimo trasporto il periodo a Grambling, dove diede un nuovo significato alla parola "ospitalità" e crebbe umanamente e professionalmente, tanto da diventare un coach, definito dai suoi stessi studenti "Great individual with an outstanding work ethic". Completando un ciclo di studio ed attività che contribuì a incrinare questa sorta di barriera razziale a rovescio, Gregory vinse poche battaglie da protagonista sul campo ma diverse fuori da esso: nonostante i compagni fossero particolarmente in difficoltà anche solo a "girarci assieme" per i sobborghi neri delle città della Louisiana da cui provenivano, avevano per lui una miriade di domande sulla sua vita e su tutto quello che era il non essere un ragazzo nero della Louisiana, e alla lunga Jim diventò amico di Charles Tank Smith, un ragazzone nero innamorato di una ragazza bianca. 
Non che Gregory avesse perso l'impressione di essere una sorta di pesce fuor d'acqua, rafforzata alla cerimonia funebre in onore di Robinson quando si era reso conto che la stragrande maggioranza dei presenti non sapeva nemmeno chi fosse. Ma quando lo stesso Harris gli aveva chiesto, dal palco, di alzarsi in piedi, si era ritrovato proiettato nella squadra di cui aveva fatto parte, ritrovando una volta ancora gli insegnamenti del suo coach che tanti insegnanti e tanti coach, nella sua vita, aveva contribuito a creare.
"The two men who have influenced me the most are my father and Eddie Robinson" ha detto Gregory in una intervista dopo la morte di Rob, "You think, ‘maybe I need to do more', there is always another kid out there you can help. I think that's why Coach Rob stayed at Grambling so long."
Il libro, uscito nel gennaio 1971, quando ancora Gregory faceva parte di Grambling, in realtà a detta dello stesso protagonista, calca troppo la mano sulle sue presunte potenzialità e sulla sua condizione di Mosca bianca, colorendo quello che secondo Gregory era semplicemente una avventura di uno studente-giocatore con una gran voglia di fare football a livello universitario, scontratosi con una realtà tutto sommato riluttante ad accettarlo al di fuori del gridiron. A questo possiamo aggiungere che all'epoca dei fatti vi erano altri studenti-atleti come Rick Tucker presente a Grambling nella squadra di baseball.
Sta di fatto che l'esotica esperienza di un ragazzo bianco in un college black ha sicuramente destato molto più interesse delle situazioni a parti invertite, seppure con risultati sinceramente molto differenti (pensate a cosa sono stati capaci di fare i ragazzi neri per college come Alabama, per rimanere nel profondo sud). Il suo passaggio in touchdown contro Morgan State nell'ultimo inutile minuto dell'ultima gara di un campionato positivo ma non vincente, il suo letterale "pisciarsi addosso" per gli ululati dalle tribune, il suo frequentare il Penny's Soul Food Restaurant come tempio del cibo del South, sono diventati immediatamente conosciuti ed interessanti aneddoti di fama nazionale, così come i suoi trucchi per evitare che le ragazze notassero il suo occhio sinistro ballerino.
Il film TV tratto dal libro, "Grambling's White Tigerpresenta Harry Belafonte all'esordio nella parte di coach Eddie Robinson, e Bruce Jenner nella parte di Gregory durante la stagione da freshman, ed è uscito nel 1981, riporta come sottotitolo una bella frase seppure un po' banale "the toughest battle is off the field".



venerdì 12 luglio 2013

Toilet Bowl


Spulciando Twitter mi sono imbattuto in un divertente articolo di Darren Everson e Ben Cohen per il Wall Street Journal che si riferiva al passato non troppo glorioso di Oregon prima dell'epoca targata Bellotti e poi Kelly, e di Oregon State, dimentichi degli anni '60 e dei discreti successi firmati da Prothro (Rose Bowl del '65 perso con Michigan) e Andros (#7 del rank nel '67). Il pezzo fa riferimento in particolare alla gara del 1983 soprannominata, senza tanti complimenti "Toilet Bowl", un gioco di parole che suona comunque come "Tazza del Cesso". Oregon ed Oregon State, come ricordato altre volte, annualmente danno vita a una accesissima rivalità che porta il nome di Civil War e si rinnova ultimamente al termine della stagione, come quel 19 novembre all'Autzen Stadium di Eugene, dove i Ducks di Rich Brooks, con un record di 4-6-0 ospitavano i Beavers di Avezzano fermi ad un orribile 2-8-0, sotto un'acqua scrosciante. 
Nonostante le prospettive tecniche, quelle "di classifica" ed il tempo inclemente, più di 33.000 persone, richiamate dal fascino della rivalità, accorsero a vedere una gara infiorata da un numero incalcolabile di errori di cui alcuni veramente marchiani: undici fumble di cui cinque ricoperti dalla difesa, cinque intercetti e quattro errori su quattro su field goal, tra cui anche una rarissima combinazione di due calci entro le 30 yard falliti nella stessa gara. Questa imbarazzante gara terminò con un altrettanto imbarazzante 0-0 (letto bene: zero a zero, come certi pareggi calcistici sbadigliofori) che da un certo punto in avanti spinse i tifosi a scandire dalle tribune  "BOR-ING!" e ad applaudire ironicamente i loro beniamini anche solo alla chiusura di un primo down. Tuttavia tale risultato rimane storico, perchè è l'ultimo pareggio senza squadre a tabellone nella storia del college football. 

Il momento, per i due team universitari, non era certo brillante, ed i limitati budget si specchiavano in squadre tecnicamente modeste, in più i coach non furono aiutati nello specifico dal tempo che non gli permise in pratica di vedere nulla dai box in alto nell'impianto di gioco, se non aprendo le finestre ed esponendosi agli inclementi elementi. A dire il vero, non vedere forse conveniva: la serie di errori divenne presto da drammatica a comica, con situazioni in cui la palla sembrava animata da una ferma volontà di ridicolizzare il possessore, lo stesso QB titolare di Oregon, Mike Jorgensen, costretto a guardare la gara per un infortunio, ammise che "It felt like you were sitting in a toilet bowl", mentre il suo backup Chris Miller, futuro NFL in campo veniva intercettato due volte, di cui una su un pallone lanciato in una zona desolatamente vuota di maglie verdi. Il sentore che si stesse assistendo a "molto rumore per nulla" è stato poi anche confermato da Keith Richard, archivista di Oregon, che spiegò come nell'ultima decina di minuti di gioco, sugli spalti ci fosse la convinzione che si trattasse di una sorta di scherzo e che per volere di questo scherzo, non sarebbe comunque successo niente, sensazione poi confermata quando sull'ultima azione di Oregon, il fullback Johnson partendo da posizione profonda nella propria metà campo, prese un passaggio laterale e corse fino alla endzone, fermato solo dalla chiamata arbitrale che gli contestò di essere uscito dal campo attorno alla linea delle 50. Oregon, data vincente di 14, non riuscì così ad evitare il ridicolo pareggio, così orribile nella memoria degli astanti, che lo stesso Jorgensen, nonostante fosse out, dai tifosi viene spesso ricordato in campo, pare, perché per stessa ammissione del ragazzo, essendo un "quarteback di merda" vieni involontariamente associato a tutte le gare di merda della tua squadra, anche quando non sei in campo. Lo scherzo, la volontà bizzarra rimane anche nelle parole di Rich Brooks ("There were so many strange plays. You'd almost have to script it to believe it"), un head coach che dopo aver affrontato su in Oregon delle stagioni magre e difficili come queste, è riuscito a portare il college di Eugene ad un passo dall'olimpo, quando nel 1994 chiuse la sua quasi ventennale carriera ai Ducks portandoli al #11 del ranking nazionale. Tutto questo, passando anche attraverso il Toilet Bowl perchè, come disse un grandissimo coach come Tom Landry "I’ve learned that something constructive comes from every defeat".

martedì 2 luglio 2013

John McKay

Il 30 novembre 1974, dopo aver subito 55 punti in un tempo e dieci secondi, il reverendo Hesburgh, rettore di Notre Dame, parlando con McKay, gli espresse il suo disappunto "That wasn't very nice", l'allenatore di USC lo freddò dicendo, "That's what you get for hiring a Presbyterian!".
Questo era John McKay, un monumento a Los Angeles per Southern California, capace di vincere, in sedici anni di sideline per i Trojans, quattro titoli nazionali, nove titoli di conference.


La vita di McKay non si può definire tutta rose e fiori: nato in un paese di minatori, con il padre soprintendente alla miniera che nel 1927 saltò in aria facendo 111 morti. Orfano di padre a 13 anni, si iscrisse a Wake Forest grazie ad una scolarship per il football ma non potè iniziare a causa della malattia delal madre che lo costrinse a rientrare ad Everettville e lavorare come elettricista prima di arruolarsi per la seconda guerra mondiale come mitragliatore sui B29 in stanza nel pacifico.

Tornato da questa esperienza, si iscrisse a Purdue all'età di 23 anni ma l'anno successivo si trasferì ad Oregon, contribuendo alla felice stagione 1948 degli allora Webfoots guidati da Jim Aiken, terminata 9-2 e 7-0 in Pacific Conference (titolo condiviso con Cal), sconfitti al Cotton Bowl da Southern Methodist. La perdita di Norm Van Brocklin destinazione NFL rese Oregon una squadra onestamente mediocre, la successiva stagione terminò 4-6 e McKay finì la sua carriera scolastica rimanendo dalle parti dell'Autzen Stadium come assistente ad Aiken e poi a Jim Casanova, in tutto per nove stagioni condite da un titolo di conference in coabitazione con i cugini di Oregon State nel 1957 e la successiva apparizione al Rose Bowl dove fecero sudare Ohio State campione nazionale.
McKay poi accettò il posto da assistente a Don Clark presso USC al termine di un momento nero per diversi college della Pacific a causa delle sanzioni NCAA che colpirono le loro possibilita di recruiting. I due anni di apprendistato gli lasciarono in dono nel 1960 la guida della squadra che condusse a due stagioni sicuramente non esaltanti: 4-6 e 4-5-1 con i Trojans ancora limitati dal periodo di osservazione comminatogli dalla NCAA. Topping, il rettore, ricevette parecchie pressioni per licenziare McKay, ma analizzato il buon lavoro di recruiting, diede una nuova possibilità a John non si fece sfuggire l'occasione: USC mise assieme una stagione 1962 a dir poco fantastica con un 10-0 che la portò spedita al Rose Bowl dove davanti si trovò i Wisconsin Badgers per il primo storico bowl #1 contro #2. La vittoria 42-37 costruita sul secondo e sul terzo quarto, portò il primo titolo nazionale a Los Angeles dai tempi di Howard Jones più di vent'anni addietro. Fu l'inizio di un periodo quantomeno glorioso per i Trojans di McKay, che potè esprimere al meglio il suo running game partendo prevalentemente da I-formation: USC si aggiudicò il titolo nazionale anche nel 1967, nel 1972 e nel 1974. ESPN ha selezionato qualche anno fa le dieci migliori squadre di college football di tutti i tempi, tra cui anche i Trojans del 1972 di cui ben 33 ragazzi giocarono poi in NFL e cinque furono scelti al primo giro del draft. In questo tappeto splendente compare però una grossa macchia di ragù datata 1966 quando Notre Dame sconfisse USC 51-0 infliggendogli la peggior sconfitta della loro storia da cui la frase che pare abbia detto il coach riguardo al fatto che non avrebbe mai più perso con Notre Dame, poi ritrattata a poco tempo dal decesso, precisando che la frase sarebbe stata "they'll never beat us 51-0 again".

Cambiare aria, per uno che aveva già vinto quattro titoli nazionali, non doveva essere facile: dove andare? Cosa fare? McKay aveva rifiutato, nel corso della sua carriera i Browns, i Patriots, i Rams. Della NFL sembrava fregargliene il giusto. Poi nel 1976 decise di accettare una grande scommessa, ovvero non solo andare nel football "pro", per mettersi alla prova con la NFL, ma farlo partendo da zero, e quello zero erano i Tampa Bay Buccaneers, al primo anno nella lega e con una squadra da costruire totalmente.
Come ovvio che sia, le prime tre stagioni in Florida furono traumatiche: Tampa mise assieme 26 sconfitte consecutive prima di battere i Saints al Superdome e concludere la stagione 1977 12-2, il 1978 fu concluso 5-11 (con il nuovo formato a 16 gare) e finalmente il 1979 segnò la prima stagione positiva per i Buccaneers, con un 10-6 che gli valse il titolo della NFC Central e la prima partecipazione ai playoff.
Dopo le positive stagioni 1981 e 1982 con le partecipazioni ai playoff anche grazie alle prestazioni del QB Doug Williams, quest'ultimo tolse le tende per la USFL e Tampa affondò in due stagioni da due vittorie ed una da cinque, l'ultima di un mestissimo McKay che, per tutta la vita rimpiangerà di aver fatto il salto e non essere rimasto ai suoi amatissimi Trojans. La gestione di uno spogliatoio di NFL sicuramente lo mise in difficoltà e soprattutto verso la fine della sua presenza ai Buccaneers gli fu mossa più volte la critica di non saper affrontare i giocatori né prima né dopo una gara, forse anche per questo, ad ogni tornata di sostituzione di elementi dello staff, cercò di inserire sue persone fidate, secondo alcuni per poter meglio piegarle al loro volere, cosa che non sempre gli riusciva con i giocatori. Il suo disagio apparve evidente quando le sue esternazioni graffianti (all'epoca del college ne fece di memorabili) si trasformarono in scoppi di ira che lo portarono a definire "idioti" i tifosi, gli avversari ed anche i giornalisti.
Il rapporto con i giocatori, indicato come non certo rose e fiori, in alcuni casi fu criticato per le "battutine" che rivolgeva ai suoi ragazzi, salvo poi difenderli in maniera feroce soprattutto davanti a stampa e tifosi, e soprattutto a riguardo al razzismo che gli faceva saltare i nervi persino quando si trattava dei "suoi" tifosi. Tifosi che forse non ha mai sentito veramente suoi, convinto com'era che non gli avessero mai perdonato lo 0-26 con cui partì Tampa nella sua avventura in NFL.

Ucciso dalle complicanze del diabete nel 2001 a Tampa, dove suo figlio Rich era general manager dei Buccaneers, a testimoniare il suo simbiotico legame con Southern California che con lui aveva toccato vette eccezionali di efficienza, tanto da trascendere nella leggenda del football, chiese di essere cremato, e che le sue ceneri fossero sparse sul campo del Los Angeles Memorial Coliseum, per essere per sempre affianco ai suoi ragazzi.