venerdì 12 luglio 2013

Toilet Bowl


Spulciando Twitter mi sono imbattuto in un divertente articolo di Darren Everson e Ben Cohen per il Wall Street Journal che si riferiva al passato non troppo glorioso di Oregon prima dell'epoca targata Bellotti e poi Kelly, e di Oregon State, dimentichi degli anni '60 e dei discreti successi firmati da Prothro (Rose Bowl del '65 perso con Michigan) e Andros (#7 del rank nel '67). Il pezzo fa riferimento in particolare alla gara del 1983 soprannominata, senza tanti complimenti "Toilet Bowl", un gioco di parole che suona comunque come "Tazza del Cesso". Oregon ed Oregon State, come ricordato altre volte, annualmente danno vita a una accesissima rivalità che porta il nome di Civil War e si rinnova ultimamente al termine della stagione, come quel 19 novembre all'Autzen Stadium di Eugene, dove i Ducks di Rich Brooks, con un record di 4-6-0 ospitavano i Beavers di Avezzano fermi ad un orribile 2-8-0, sotto un'acqua scrosciante. 
Nonostante le prospettive tecniche, quelle "di classifica" ed il tempo inclemente, più di 33.000 persone, richiamate dal fascino della rivalità, accorsero a vedere una gara infiorata da un numero incalcolabile di errori di cui alcuni veramente marchiani: undici fumble di cui cinque ricoperti dalla difesa, cinque intercetti e quattro errori su quattro su field goal, tra cui anche una rarissima combinazione di due calci entro le 30 yard falliti nella stessa gara. Questa imbarazzante gara terminò con un altrettanto imbarazzante 0-0 (letto bene: zero a zero, come certi pareggi calcistici sbadigliofori) che da un certo punto in avanti spinse i tifosi a scandire dalle tribune  "BOR-ING!" e ad applaudire ironicamente i loro beniamini anche solo alla chiusura di un primo down. Tuttavia tale risultato rimane storico, perchè è l'ultimo pareggio senza squadre a tabellone nella storia del college football. 

Il momento, per i due team universitari, non era certo brillante, ed i limitati budget si specchiavano in squadre tecnicamente modeste, in più i coach non furono aiutati nello specifico dal tempo che non gli permise in pratica di vedere nulla dai box in alto nell'impianto di gioco, se non aprendo le finestre ed esponendosi agli inclementi elementi. A dire il vero, non vedere forse conveniva: la serie di errori divenne presto da drammatica a comica, con situazioni in cui la palla sembrava animata da una ferma volontà di ridicolizzare il possessore, lo stesso QB titolare di Oregon, Mike Jorgensen, costretto a guardare la gara per un infortunio, ammise che "It felt like you were sitting in a toilet bowl", mentre il suo backup Chris Miller, futuro NFL in campo veniva intercettato due volte, di cui una su un pallone lanciato in una zona desolatamente vuota di maglie verdi. Il sentore che si stesse assistendo a "molto rumore per nulla" è stato poi anche confermato da Keith Richard, archivista di Oregon, che spiegò come nell'ultima decina di minuti di gioco, sugli spalti ci fosse la convinzione che si trattasse di una sorta di scherzo e che per volere di questo scherzo, non sarebbe comunque successo niente, sensazione poi confermata quando sull'ultima azione di Oregon, il fullback Johnson partendo da posizione profonda nella propria metà campo, prese un passaggio laterale e corse fino alla endzone, fermato solo dalla chiamata arbitrale che gli contestò di essere uscito dal campo attorno alla linea delle 50. Oregon, data vincente di 14, non riuscì così ad evitare il ridicolo pareggio, così orribile nella memoria degli astanti, che lo stesso Jorgensen, nonostante fosse out, dai tifosi viene spesso ricordato in campo, pare, perché per stessa ammissione del ragazzo, essendo un "quarteback di merda" vieni involontariamente associato a tutte le gare di merda della tua squadra, anche quando non sei in campo. Lo scherzo, la volontà bizzarra rimane anche nelle parole di Rich Brooks ("There were so many strange plays. You'd almost have to script it to believe it"), un head coach che dopo aver affrontato su in Oregon delle stagioni magre e difficili come queste, è riuscito a portare il college di Eugene ad un passo dall'olimpo, quando nel 1994 chiuse la sua quasi ventennale carriera ai Ducks portandoli al #11 del ranking nazionale. Tutto questo, passando anche attraverso il Toilet Bowl perchè, come disse un grandissimo coach come Tom Landry "I’ve learned that something constructive comes from every defeat".

martedì 2 luglio 2013

John McKay

Il 30 novembre 1974, dopo aver subito 55 punti in un tempo e dieci secondi, il reverendo Hesburgh, rettore di Notre Dame, parlando con McKay, gli espresse il suo disappunto "That wasn't very nice", l'allenatore di USC lo freddò dicendo, "That's what you get for hiring a Presbyterian!".
Questo era John McKay, un monumento a Los Angeles per Southern California, capace di vincere, in sedici anni di sideline per i Trojans, quattro titoli nazionali, nove titoli di conference.


La vita di McKay non si può definire tutta rose e fiori: nato in un paese di minatori, con il padre soprintendente alla miniera che nel 1927 saltò in aria facendo 111 morti. Orfano di padre a 13 anni, si iscrisse a Wake Forest grazie ad una scolarship per il football ma non potè iniziare a causa della malattia delal madre che lo costrinse a rientrare ad Everettville e lavorare come elettricista prima di arruolarsi per la seconda guerra mondiale come mitragliatore sui B29 in stanza nel pacifico.

Tornato da questa esperienza, si iscrisse a Purdue all'età di 23 anni ma l'anno successivo si trasferì ad Oregon, contribuendo alla felice stagione 1948 degli allora Webfoots guidati da Jim Aiken, terminata 9-2 e 7-0 in Pacific Conference (titolo condiviso con Cal), sconfitti al Cotton Bowl da Southern Methodist. La perdita di Norm Van Brocklin destinazione NFL rese Oregon una squadra onestamente mediocre, la successiva stagione terminò 4-6 e McKay finì la sua carriera scolastica rimanendo dalle parti dell'Autzen Stadium come assistente ad Aiken e poi a Jim Casanova, in tutto per nove stagioni condite da un titolo di conference in coabitazione con i cugini di Oregon State nel 1957 e la successiva apparizione al Rose Bowl dove fecero sudare Ohio State campione nazionale.
McKay poi accettò il posto da assistente a Don Clark presso USC al termine di un momento nero per diversi college della Pacific a causa delle sanzioni NCAA che colpirono le loro possibilita di recruiting. I due anni di apprendistato gli lasciarono in dono nel 1960 la guida della squadra che condusse a due stagioni sicuramente non esaltanti: 4-6 e 4-5-1 con i Trojans ancora limitati dal periodo di osservazione comminatogli dalla NCAA. Topping, il rettore, ricevette parecchie pressioni per licenziare McKay, ma analizzato il buon lavoro di recruiting, diede una nuova possibilità a John non si fece sfuggire l'occasione: USC mise assieme una stagione 1962 a dir poco fantastica con un 10-0 che la portò spedita al Rose Bowl dove davanti si trovò i Wisconsin Badgers per il primo storico bowl #1 contro #2. La vittoria 42-37 costruita sul secondo e sul terzo quarto, portò il primo titolo nazionale a Los Angeles dai tempi di Howard Jones più di vent'anni addietro. Fu l'inizio di un periodo quantomeno glorioso per i Trojans di McKay, che potè esprimere al meglio il suo running game partendo prevalentemente da I-formation: USC si aggiudicò il titolo nazionale anche nel 1967, nel 1972 e nel 1974. ESPN ha selezionato qualche anno fa le dieci migliori squadre di college football di tutti i tempi, tra cui anche i Trojans del 1972 di cui ben 33 ragazzi giocarono poi in NFL e cinque furono scelti al primo giro del draft. In questo tappeto splendente compare però una grossa macchia di ragù datata 1966 quando Notre Dame sconfisse USC 51-0 infliggendogli la peggior sconfitta della loro storia da cui la frase che pare abbia detto il coach riguardo al fatto che non avrebbe mai più perso con Notre Dame, poi ritrattata a poco tempo dal decesso, precisando che la frase sarebbe stata "they'll never beat us 51-0 again".

Cambiare aria, per uno che aveva già vinto quattro titoli nazionali, non doveva essere facile: dove andare? Cosa fare? McKay aveva rifiutato, nel corso della sua carriera i Browns, i Patriots, i Rams. Della NFL sembrava fregargliene il giusto. Poi nel 1976 decise di accettare una grande scommessa, ovvero non solo andare nel football "pro", per mettersi alla prova con la NFL, ma farlo partendo da zero, e quello zero erano i Tampa Bay Buccaneers, al primo anno nella lega e con una squadra da costruire totalmente.
Come ovvio che sia, le prime tre stagioni in Florida furono traumatiche: Tampa mise assieme 26 sconfitte consecutive prima di battere i Saints al Superdome e concludere la stagione 1977 12-2, il 1978 fu concluso 5-11 (con il nuovo formato a 16 gare) e finalmente il 1979 segnò la prima stagione positiva per i Buccaneers, con un 10-6 che gli valse il titolo della NFC Central e la prima partecipazione ai playoff.
Dopo le positive stagioni 1981 e 1982 con le partecipazioni ai playoff anche grazie alle prestazioni del QB Doug Williams, quest'ultimo tolse le tende per la USFL e Tampa affondò in due stagioni da due vittorie ed una da cinque, l'ultima di un mestissimo McKay che, per tutta la vita rimpiangerà di aver fatto il salto e non essere rimasto ai suoi amatissimi Trojans. La gestione di uno spogliatoio di NFL sicuramente lo mise in difficoltà e soprattutto verso la fine della sua presenza ai Buccaneers gli fu mossa più volte la critica di non saper affrontare i giocatori né prima né dopo una gara, forse anche per questo, ad ogni tornata di sostituzione di elementi dello staff, cercò di inserire sue persone fidate, secondo alcuni per poter meglio piegarle al loro volere, cosa che non sempre gli riusciva con i giocatori. Il suo disagio apparve evidente quando le sue esternazioni graffianti (all'epoca del college ne fece di memorabili) si trasformarono in scoppi di ira che lo portarono a definire "idioti" i tifosi, gli avversari ed anche i giornalisti.
Il rapporto con i giocatori, indicato come non certo rose e fiori, in alcuni casi fu criticato per le "battutine" che rivolgeva ai suoi ragazzi, salvo poi difenderli in maniera feroce soprattutto davanti a stampa e tifosi, e soprattutto a riguardo al razzismo che gli faceva saltare i nervi persino quando si trattava dei "suoi" tifosi. Tifosi che forse non ha mai sentito veramente suoi, convinto com'era che non gli avessero mai perdonato lo 0-26 con cui partì Tampa nella sua avventura in NFL.

Ucciso dalle complicanze del diabete nel 2001 a Tampa, dove suo figlio Rich era general manager dei Buccaneers, a testimoniare il suo simbiotico legame con Southern California che con lui aveva toccato vette eccezionali di efficienza, tanto da trascendere nella leggenda del football, chiese di essere cremato, e che le sue ceneri fossero sparse sul campo del Los Angeles Memorial Coliseum, per essere per sempre affianco ai suoi ragazzi.

sabato 22 giugno 2013

The Junction Boys


Scrive Roberto Gotta nel suo “Football & Texas” che Bear Bryant, dopo Kentucky, dove in otto anni aveva portato la squadra al suo primo bowl, aveva vinto la Southeastern Conference nel 1950 e nello stesso anno aveva battuto allo Sugar i campioni nazionali di Oklahoma, cambiò aria a causa proprio del suo ottimo lavoro, che aveva portato la squadra di football a rivaleggiare in popolarità con quella di basket, suscitando il risentimento dell’intoccabile coach della squadra di pallacanestro, Adolph Rupp. In Kentucky, allora come ora, il basket non è lo sport di stato, ma molto di più.
Bryant aveva accettato il nuovo doppio incarico (coach e direttore atletico) a Texas A&M soprattutto per il doppio stipendio, non certo per la bellezza del college texano che, in fondo, era una specie di caserma dove la presenza femminile era ridotta al lumicino ed imperavano gli zotici texani appassionati di agricoltura e trattori. Molta meno caserma invece si scorgeva nei giocatori di football della squadra diretta fino all'anno prima da Ray George, bolsi e poco tecnici, elitari e poco propensi alla lotta per guadagnarsi il posto. Queste caratteristiche erano veleno per uno come Bryant che aveva sempre sostenuto la tecnica d’urto già in allenamento con conseguente selezione naturale dei più adatti al gioco.

Il primo tassello che fece saltare fu il medico, che accusò di trattare i giocatori più da mamma amorosa che da professionista della medicina riabilitativa, sostituendolo con Smokey Harper che non avrebbe sfigurato in un ospedale da campo napoleonico. Quando, dopo aver utilizzato le solite pratiche illegali ma diffuse per il reclutamento, si ritrovò con l’ennesimo problema legato alla rozza pedanteria dei booster locali, decise che il camp precampionato del 1954 si sarebbe svolto a partire dal primo settembre per una decina di giorni fuori dalle mura di Texas A&M e precisamente a Junction.
Ok, immagino che più o meno nessuno sappia dov’è, e non lo sapevo nemmeno io finchè non sono andato a controllare, trovandola nella contea di Kimble a 170 chilometri da San Antonio ed a 120 da Austin. La peculiarità di Junction è che non c’è niente: è la perfetta rappresentazione del Texas brullo e polveroso fatto di stazioni di servizio assolate e strade dritte che attraversano lande fatte di alberi spelacchiati e vegetazione stentata. Peraltro la zona era colpita da un periodo di siccità prolungato che durava ormai da quattro anni.

Partiti con tre pullman da College Station, alloggiati in casupole di legno attanagliate da un caldo secco che, secondo i dati del National Climati Data Center, toccò per due giorni i 38° gradi, gli Aggies del 1954 furono a tutti gli effetti spietatamente selezionati ed addestrati a metà strada tra il militaresco e l'eugenetica: niente acqua durante gli allenamenti, solo pezze bagnate (per l'esattezza due per tutta la squadra: una per l'attacco e una per la difesa), fischio d'inizio prima dell'alba e termine dei lavori alle 23 al motto reso celebre da Bryant secondo cui "I make my practise very hard because if a player is a quitter, I want him to quit in practice, not in a game" . Oggi, fare allenamento senza acqua sarebbe considerato crimine contro l'umanità, ma allora tra i coach di ferro era d'uso farlo per "rafforzare i giovani".
Il numero di giocatori che partecipò a quel camp, come nelle migliori leggende, varia a seconda delle testimonianze: da un massimo di 111 ad un minimo di 72 anche se molti si dicono sicuri che i giocatori fossero effettivamente meno di cento. Anche il numero di quelli che tornarono regolarmente con lo staff tecnico varia a seconda delle testimonianze, ma tutti concordano su un punto: se occorsero tre pullman per giungere a Junction, ne bastò agevolmente uno per il viaggio di ritorno, perchè quelli che terminarono il camp furono nei ricordi più ottimisti, 35 ragazzi, il resto dei candidati a un posto in squadra si era fatto di nebbia, massacrato fisicamente o disgustato da quel regime, fuggendo nella notte o scappando alla stazione delle corriere e prendendo il primo bus ovunque fosse diretto. Pare che il centro titolare scavalcò direttamente la staccionata al termine di un allenamento e si dileguò inseguito vanamente dall'allenatore, ma che il giorno dopo, pentito si fosse ripresentato, cacciato da Bryant a sua volta. Gene Stallings, uno dei sopravvissuti, divenne poi coach di A&M dal 1965 al 1971 e vincitore del titolo NCAA con Alabama nel 1992.

Jim Dent, nel suo libro "The Junction Boys" segnala che i ragazzi tornati dal campo infernale furono:
Ray Barrett - G 5-9 195 Sr. San Angelo, Texas
Darrell Brown - T 6-1 190 Soph. Dayton, Texas
James Burkhart - G 6-1 185 Soph. Hamlin, Texas
Donald Bullock - HB 5-11 165 Soph. Orange, Texas
Henry Clark - T 6-2 205 Jr. Mesquite, Texas
Bob Easley - FB 5-11 190 Jr. Houston, Texas
Dennis Goehring - G 5-11 185 Soph. San Marcos, Texas
Billy Granberry - FB 5-7 155 Soph. Beeville, Texas
Lloyd Hale - C 5-10 190 Soph. Iraan, Texas
Charles Hall - HB 5-10 185 Sr. Dallas, Texas
Gene Henderson - QB 6-1 175 Jr. Sonora, Texas
Billy Huddleston - HB 5-9 165 Jr. Iraan, Texas
George Johnson - T 6-3 200 Jr. Ellisville, Mississippi
Don Kachtik - FB 6-1 185 Sr. Rio Hondo, Texas
Bobby D. Keith - HB 6-0 175 Soph. Breckenridge, Texas
Paul Kennon - E 6-1 185 Sr, Shreveport, Louisiana
Elwood Kettler - QB 6-0 165 Sr. Brenham, Texas
Bobby Lockett - T 6-3 190 Soph. Breckenridge, Texas
Billy McGowan - E 6-1 180 Sr. Silsbee, Texas
Russell Moake - C 6-3 215 Soph. Deer Park, Texas
Norbert Ohlendorf - T 6-3 200 Sr. Lockhart, Texas
Jack Pardee - FB 6-2 200 Soph. Christoval, Texas
Dee Powell - T 6-1 210 Sr. Lockhart, Texas
Donald Robbins - E 6-1 188 Jr. Breckenridge, Texas
Joe Schero - HB 6-0 175 Sr. San Antonio, Texas
Bill Schroeder - T 6-1 200 Sr. Lockhart, Texas
Charles Scott - QB 5-8 160 Soph. Alexandria, Louisiana
Bennie Sinclair - E 6-2 195 Sr. Mineola, Texas
Gene Stallings - E 6-1 165 Soph. Paris, Texas
Troy Summerlin - C 5-8 145 Soph. Shreveport, Louisiana
Marvin Tate - G 6-0 175 Sr. Abilene, Texas
Sid Theriot - G 5-10 195 Sr. Gibson, Louisiana
Richard Vick - FB 6-1 185 Sr. Beaumont, Texas
Don Watson - HB 5-11 155 Soph. Franklin, Texas
Lawrence Winkler - T 6-0 225 Sr. Temple, Texas
Herb Wolf - C 5-11 185 Jr. Houston, Texas
Nick Tyson- WR 6-1 181 JR. Norman, Oklahoma

Quelli che poi verranno ribattezzati appunto Junction Boys, temprati da una così forte esperienza, in realtà sul campo diedero pessima prova di loro stessi, chiudendo con un record di 1-9 che è la peggior stagione in assoluto della carriera di Bryant come coach, le cose migliorarono nella seconda (7-2-1) e toccarono il picco nella terza, con nove vittorie e un pareggio per il primo posto nella Southwest Conference. Sempre Gotta, ricorda che non solo per i giocatori quell'esperienza fu irripetibile, ma anche per lo scontrosissimo coach: nel gennaio 1983, al momento della morte per arresto cardiaco, Bryant non aveva con sé nessuna delle onoreficenze guadagnate in campo nella sua carriera lunghissima e vincente, ma l'anello che quattro anni prima gli avevano donato i Junction Boys reduci, al raduno del trentacinquennale.

mercoledì 5 giugno 2013

Deacon Jones e i Fearsome Foursome


David "Deacon" Jones, Hall of Fame e, probabilmente il più grande defensive end nella storia della NFL, è morto lunedi scorso, all'età di 74 anni, nella sua casa di Anaheim Hills, in California.
Specializzato nei sack, di cui pare inventò il nome ("sacking the quarterback"), iniziò la carriera in NFL nel 1961, scelto al 14mo giro dagli allora Los Angeles Rams, dopo la carriera universitaria spesa tra South Carolina e Mississippi Valley State, e nei Rams passò praticamente tutta la carriera (11 stagioni). Jones è stato selezionato per sette Pro Bowl consecutivi con i Rams dal 1964 al 1970, a cui si somma quello del 1972.

Per lui si sono spesso sprecati gli aggettivi, ma i numeri che è riuscito a produrre nella sua carriera fanno di lui un giocatore difficilmente avvicinabile: due volte NFL Defensive Player of the Year, è stato soprannominato "Il Segretario della Difesa" dai tifosi dei Rams, e successivamente "Defensive End del secolo" da Sports Illustrated nel 1999. L'ex coach dei Rams George Allen, etichettò Jones come "il più grande defensive end del football moderno" mentre il Los Angeles Times lo selezionò come "il miglior Rams di sempre" e con una carriera chiusa nel 1974, Jones è stato inserito nella Pro Football Hall of Fame già nel 1980.
Jones, che ha dimostrato di essere uno dei giocatori più "inscalfibili" nella storia della NFL, mancando solo in cinque partite (di cui quattro consecutive nel 1971) durante la sua carriera pro lunga 14 anni - fu poi ceduto ai San Diego Chargers nel 1972 togliendosi lo sfizio di tornare al Pro Bowl nel 1972 e guadagnandosi i galloni di capitano anche nella squadra della baia. Jones ha infine terminato la sua carriera nel 1974 con i Redskins. 
Un grosso neo rimane sulla sua carriera, che però non dipende da lui, ovvero le statistiche su quelli che lui contribuì a definire sacks, che iniziarono ad essere tenute solo dal 1982, il che vuol dire che non si hanno numeri della sua specialità prediletta. Secondo la media guide dei Rams, Jones avrebbe mandato a tabellino 159,5 sacks con la franchigia e 173,5 nella sua carriera. Sette anni in doppia cifra e primo lineman difensivo a superare i 100 tackle in una stagione (1967).
NFL.com ha recentemente riportato due brevi ma splendidi ritratti di questo uomo che ha saputo essere splendido atleta e poi uomo sensibile ai problemi della propria comunità, avviando la Deacon Jones Foundaton. Il primo è di Kevin Demoff, COO and executive vice president dei Rams:
"Deacon Jones was one of the rare players who changed the way the game was played, in this day and age, the term 'great' is often overused, but it only begins to describe Deacon Jones as a player and person. His combination of God-given talent and relentless effort made him one of the greatest players to ever put on an NFL uniform. His spirit, laughter and gentle nature off the field made him a friend to all. Deacon was a legend in every sense of the word, and he'll truly be missed by the Rams, our fans and the NFL community".
Il secondo è di colui che ne ha preso virtualmente il posto dopo quasi trent'anni, Chris Long figlio di Howie Long:
"The thing we've got to remember being players in this era is to really respect the game 'back when,' because those guys could really play, Deacon Jones is a perfect example. This whole league and everybody in this game should honor the past and the players who played in that era. Those guys paved the way for us."
Jones inoltre è passato alla storia per aver composto con Merlin Olsen, Rosey Grier e Lamar Lundy quello che fu poi chiamato "Foursome Fearsome", una delle più famose linee difensive nella storia della NFL. In realtà la dicitura Foursome Fearsome era già stata usata per altre linee difensive, la prima di queste era stata quella dei Giants del 1957 di cui faceva parte Grier, quest'ultimo si era poi trasferito a Los Angeles nel 1963 andando a comporre la defintiva e più conosciuta versione del Fearsome Foursome. Grier chiuse la carriera con i Rams nel 1966, ma la linea continuò a rimanere la più temibile fino all'inizio degli anni '70. Di questo fenomenale quartetto, dopo la morte di Jones, rimane oggi il solo Grier, ottantenne, dopo la morte di Olsen nel 2010 e di Lundy nel 2007.
Sembra scontato dirlo, ma i grandissimi campioni continuano a giocare assieme anche dopo averci abbandonato.










lunedì 3 giugno 2013

Fielding H. Yost

Qualcuno pensa che la H di Yost stia per "Hurry Up!", dal suo intercalare celebre, con cui iniziava praticamente ogni esortazione ai suoi ragazzi.
Qualcuno pensa che la sua carriera di direttore atletico, con l'inaugurazione del Michigan Stadium, la realizzazione della prima palestra per gli sport al coperto; sia almeno paragonabile a quella straordinaria da allenatore, con un record di 198-35-12.
Ok, erano altri tempi, non lo metto in dubbio, ma Yost fu uno di quelli che portò il college football dagli "altri tempi" ai "nostri tempi", contribuendo all'embrione di Bowl giocato nel 1902 a Pasadena, inventando la posizione di linebacker, abbattendo i primi muri razziali con l'inserimento in squadra di giocatori di origine ebraica, facendo diventare la figura del coach una professione molto ben remunerata, più degli altri professori, e inventando i permessi per gli studenti atleti, argomentando che "Football builds character".
Certo, non sono state tutte rose e fiori, partendo dalla sua carriera di giocatore per West Virginia e, per una settimana, per Lafayette, dando vita allo "Yost Affair", proseguendo per il bando da lui consigliato (ma per alcuni imposto) alle altre squadre della Western Conference di giocare gare contro Notre Dame, finendo sul suo contributo fondamentale a trasformare il college football in un modo per fare soldi, per sé e per Michigan.
Yost era nato a Fairview, in West Virginia, nel 1871. Inizialmente arruolato alla Ohio Normal School (college conosciuto ora come Ohio Northern University) come giocatore di football, si iscrisse poi alla West Virginia University dove conobbe il gioco del football che si addiceva alle sue caratteristiche fisiche (182cm, quasi 91 chili) e fu ottimo tackle. Nel 1897, a 26 anni, iniziò la carriera di allenatore in giro per le università, ne cambiò quattro nei primi quattro anni di professione, comprese Nebraska e Stanford, fino ad approdare a Michigan alla "corte" di Charles Baird, dopo le dimissioni di Langdon Lea. Yost in realtà puntava alla università dell'Illinois dopo essere rimasto senza lavoro: Stanford aveva introdotto una nuova norma che impediva agli allenatori non alunni del college di continuare la loro attività; Baird invitò il giovane coach presso Ann Harbor e, dopo una breve visita, lo assunse.
Il primo colpo per Yost fu portarsi dietro Willie Heston da San Josè, un tipetto bassino ma esplosivo che nelle gare sulle 40 yards batteva con una certa regolarità il campione olimpico dei 100 metri Archie Hahn. Fu il primo tassello di una squadra a dir poco spaventosa, che nei suoi primi cinque anni di vita segnò un record di 55-1-1 segnando 2821 punti e subendone 42, l'unica sconfitta fu nella gara di chiusura del 1905 per mano della Chicago University, con il punteggio di 2-0 grazie ad una safety causata dal placcaggio di Danny Clark in endzone. Clark rimase talmente ossessionato da quell'errore, che si tolse la vita nel 1932 lasciando scritta la speranza che quell'"ultima giocata" espiasse definitivamente quella del 1905.
Germany Schulz a sinistra e Fielding Yost al Ferry Field nel 1914
La sconfitta di Chicago fu seguita da stagioni molto controverse soprattutto a livello extrasportivo: il rettore di Stanford, Jordan, pubblicò un articolo sulla carta stampata in cui accusò Yost di convincere con varie facilitazioni i migliori giocatori a diventare una sorta di finti studenti di Michigan. A sua volta il rettore di Michigan, Angell, si attivò per riunire le università della Western Conference introducendo svariati limiti e nuove normative per opporsi al progressivo aziendizzarsi del football di college, tra queste regole anche la limitazione della stagione a cinque gare. Nel 1906 Michigan chiuse 4-1 sconfitta l'ultima gara da Penn davanti a 26.000 persone, una enormità. Altre riforme entrarono in vigore come la limitazione a tre anni per l’elegibilità dei giocatori. Michigan non accettò questi ulteriori paletti e si ritirò dalla Western Conference diventando un college indipendente, situazione che continuò fino al 1917 e che diede stagioni non certo brillanti, spese prevalentemente in gare contro Penn, Syracure, Cornell e Vanderbilt, con la macchia della prima sconfitta nella storia della rivalità con Notre Dame. Nel giugno 1917 la riunione dei responsabili delle sezioni atletiche della Western Conference votarono l’invito a Michigan per il rientro nella lega, che accettò ma, con i tempi molto brevi, mise in programma solo una gara contro college della sua lega, Northwestern, vittoriosa ad Evanson 21-12.
L’ingresso degli Stati Uniti nel primo conflitto mondiale rese incerta la stagione 1918 per il richiamo alle armi di molti ragazzi impegnati negli studi, e per le restrizioni alla circolazione imposti in periodo di guerra, a questi si aggiunse la celebre influenza spagnola che mietè un numero impressionante di vittime. La stagione fu comunque disputata seppur accorciata, e Michigan chiuse imbattuta assieme ad Illinois, venendo dichiarata campione nazionale successivamente dalla National Championship Foundation. A questa grande soddisfazione fece seguito la peggior stagione dell’era Yost, quella del 1919, che si chiuse 3-4 con un record di conference di 1-4: l’unica stagione perdente del coach a Michigan, che fu però anche un punto di partenza per una ricostruzione paziente che portò a due stagioni mediocri all’interno di quella che era diventata la Big Ten, ma che diede il titolo nel 1922 con una stagione fatta di sei vittorie e un pareggio, e concesse il bis nel 1923 in coabitazione con Illinois (entrambe 8-0), che valse alla squadra anche il titolo nazionale. Quest’ultima fu coronata dalla vittoria contro Ohio State 23-0 in un impianto colmo di 50.000 persone.

Dopo la pausa del 1924 in cui allenò la squadra George Little, quando il college pare riuscisse a portare allo stadio tanta gente quanto solo Yale riusciva a fare, nel 1925 e 1926 la squadra tornò a Yost e fece un grandioso canto del cigno vincendo altre due volte il titolo della Big Ten, giocando con il famoso "The Benny-to-Bennie Show” ovvero con il quarterback Benny Friedman ed il left end Bennie Oosterbaan, passati alla storia come una delle coppie più funzionali e letali del college football. Yost, al termine della stagione 1926 si ritirò per proseguire il suo lavoro di direttore atletico del college che, in un quarto di secolo, aveva contribuito a portare a vette di eccellenza mai toccate prima. Michigan si apprestava ad inaugurare l’imponente Michigan Stadium capace di 82.000 persone, e realizzava in quegli anni la prima palestra dedicata agli sport al coperto.Ovviamente questo distacco gli pesò molto, e fu il motivo per cui conservò il ruolo di assistente coach, per ficcare un po’ il naso ancora nella squadra, ora diretta da Elton Wieman. Il rapporto tra i due non dovette essere facile soprattutto per la riluttanza di Yost a mollare l’osso: dopo una sola stagione, prima dell’inizio del campionato 1928, il direttore atletico prima annunciò l’intenzione di tornare a guidare la squadra, poi la sera dopo cambiò idea rimettendo in sella Wieman. il disastroso ottobre (0-4) fece esplodere la polemica tra i due, e Wieman accusò Yost di non avergli mai veramente ceduto il controllo della squadra, e di averlo usato come parafulmine per i problemi. L’amara conclusione indusse Yost a tornare dietro la scrivania da direttore atletico, Wieman a intraprendere una brillante carriera a Princeton, e Harry Kipke a diventare il primo “vero” coach post-Yost.

In tarda età ebbe una salute malferma e fu lungodegente al Battle Creek Sanitarium, dove morì nel 1946 a 75 anni. Riposa, dopo l’enorme mole di lavoro che fece in vita, al Forest Hill’s Cemetery di Ann Harbor, vicino al suo amato campus.

sabato 25 maggio 2013

The Play

California-Stanford non può prescindere da quella che rimane una delle più emozionanti giocate della storia del football, talmente particolare e probabilmente irripetibile da essere semplicemente chiamata “the play” dagli appassionati.

Sono appena passati trent’anni dal Big Game del 1982, le immagini già classiche con colori spenti e scuri si rendono ancora più essenziali e fanno risaltare i cinque passaggi laterali dei Golden Bears, che finiscono l’azione a cronometro spento ormai da un pezzo e tra gli elementi della Stanford Band già posizionati nella redzone dei loro beniamini pronti a suonare per la vittoria.
Per l’85mo Big Game, al California Memorial Stadium, vedeva California in stagione positiva (6-4) e Stanford in pareggio (5-5) ed alla ricerca della W che gli avrebbe permesso di ambire ad un invito per un bowl, come testimoniava la presenza di organizzatori dell’Hall of Fame Classic presenti nell’impianto.
I Cardinal guidati da John Elway si trovavano sotto 19-17 verso la fine dell’ultimo quarto e sulla propria linea delle 13 yards con un quarto e 17 da convertire, con una giocata da 29 yards riuscirono ad uscire dalla situazione scabrosa e nelle successive azioni si portarono nel raggio da field goal e Elway istruito da Wiggin chiamò il timeout a 8 secondi dalla fine per permettere una eventuale ripetizione del calcio in caso di penalità. Mark Harmon non sbagliò dalle 35 e Stanford passò in vantaggio 20-19 trasformando il campo nella sede di un carnevale impazzito.
Risultato: 15 yards di penalità per il kickoff.
Vabbè ma chi se ne importava. La partita era finita. Come disse agli altoparlanti Joe Starkey "Only a miracle can save the Bears now!".
In realtà la partita, come insegnano tante situazioni, è finita non solo quando i cronometro tocca lo zero, ma quando la palla è considerata morta. Stanford fu costretta quindi a calciare dalle proprie 25 al posto che dalle 40, e California ebbe l’ultima possibilità e quel che lascia perplessi è che la sfrutto con soli dieci uomini, perchè nella confusione di quegli ultimi secondi qualcuno dimenticò che c’era da giocarsi l’ultima chance.
Poi Harmon calciò.
Squib Kick leggermente laterale sulla sinistra dello schieramento di Cal, dove sulle 45 Kevin Moen recuperò la palla, dopo un tentativo di avanzamento la passò a Richard Rodgers che era più largo sulla sinistra ma alla stessa altezza, questi scaricò quasi subito dietro di lui a Dwight Garner e si dedicò al bloccaggio, piuttosto infruttuoso, Garner corse incontro a cinque uomini di Stanford che lo abbatterono e sulla sideline dei Cardinal era già festa se non fosse che la palla non fu dichiarata morta e Garner, prima di toccare il suolo, la giocò sulla destra a Rodgers che arrivato sulle 45 di Stanford fu affrontato da altri quattro avversari, effettuò una pitch ancora a destra per Mariet Ford che corse spedito verso la redzone di Stanford dove i 144 ragazzi della banda si stavano già dirigendo verso il centro del campo.
Immaginate di avere in mano il pallone che vi fa vincere la partita, avete lottato 60 minuti contro della gente che, in caso di sconfitta, non parteciperà a nessun bowl, gente arrabbiata, gente che se potesse farti ingoiare quel pallone, pur di metterti per terra, lo farebbe. State portando il pallone verso la endzone senza avversari nei paraggi, e vi trovate davanti un muro di persone con tromboni, grancasse, e clarinetti. A Ford successe questo, l’indecisione davanti al bizzarro evento permise a tre giocatori di Stanford di piombargli addosso, Ford prima di cadere a terra tenne viva la palla con un passaggio cieco sul suo lato destro, sperando di trovare in traiettoria qualcuno che aveva seguito la giocata. Questo qualcuno c’era: Moen prese il passaggio sulle 25 e slalomò tra i ragazzi della banda musicale abbattendo un clarinettista e dando la vittoria a Cal 25-20. Charles Moffet, il referee, ricorda 
I wasn't nervous at all when I stepped out to make the call; maybe I was too dumb. Gee, it seems like it was yesterday. Anyway, when I stepped out of the crowd, there was dead silence in the place. Then when I raised my arms, I thought I had started World War III. It was like an atomic bomb had gone off”.
La bomba atomica. In effetti se ancora oggi parlate di questa giocata, gli animi si accendono: le analisi delle immagini fatte all'epoca sembrano dare ragione agli arbitri, Sports Illustrated, nell’autunno successivo, trovò che nella giocata l’unico errore di Cal fosse la presenza di quattro uomini nella restraining area prima del kickoff, ma questo non costituiva penalità, il quinto contestato passaggio (ritenuto da Stanford forward) era secondo SI “clearly thrown backwards”. La ABC analizzò i frame considerando la giocata in linea sulle 25 quindi legale. Tuttavia, durante le celebrazioni per il 25mo anniversario di The Play, la Bay Area News Group chiese a Verle Sorgen, il supervisore degli instant replay per la Pac-10, di rivedere le immagini con le moderne norme per la revisione, e Sorgen, pur non eccependo sulla decisione riguardante il terzo passaggio, si disse convinto che il quinto fosse stato rilasciato dalle mani di Ford sulle 22 e ricevuto da Moen sulle 20 e 1/2, quindi la sua decisione quale sarebbe stata?  Sorgen argutamente replicò "I would be tempted to reverse it...then go out and get the motor running in my car".
Paul Wiggin fu licenziato l'anno dopo con una stagione da 1-10, successivamente disse che The Play "had a big effect on our program, especially on recruiting". Andy Geiger, il direttore atletico, disse che quella sconfitta "devastated the program", e riguardo le accuse rivolte alla banda di aver ostacolato il recupero difensivo e la visione ottimale degli arbitri soprattutto per il famoso quinto passaggo, Geiger ebbe a dire "Although the Band did not cause the Play, it was typical that they would have been in the wrong place at the wrong time." da quel giorno i direttori della banda di Stanford passano le consegne al loro successore a quattro secondi dalla fine dell'annuale Stanford–Cal.
Almeno John Elway, che perse l'Heisman per quella gara, si rifece vincendo due Super Bowl...

sabato 4 maggio 2013

The game that changed the south


Era il primo gennaio del 1926, era il dodicesimo Rose Bowl della storia. Gli Huskies campioni PCC aspettavano di scendere in campo per mettere le mani, finalmente, sul loro primo Rose Bowl come pronosticato dalla stampa dopo una stagione con dieci vittorie ed un pareggio con Nebraska

La Tulane University, campione della Southern Conference in coabitazione con Alabama, il 4 dicembre precedente aveva spedito coach Shaughnessy a conferire con il direttore atletico di Oregon Jack Benefiel i dettagli della partecipazione, l’allenatore pareva essere uscito soddisfatto dalla riunione, pur rimarcando che era il rettore a dover autorizzare la trasferta in California per sfidare i grandi favoriti della costa ovest. Secondo quanto riportato poi in “The Wow Boys: A Coach, a Team, and a Turning Point in College Football” di Johnson, fu proprio l’amministrazione del college a declinare l’invito considerando i propri ragazzi troppo “small” per competere con gli universitari di Seattle.

L’attenzione si era quindi spostata un po’ a sorpresa sull’altro emergente college del South, ovvero i co-campioni di Alabama, portati ad una ottima stagione da coach Wallace Wade al terzo anno a Tuscaloosa: solo Birminghiam Southern era riuscita a segnare un TD ai cremisi. Si trattava del primo bowl a cui Alabama partecipava da quando esisteva il suo programma sportivo, degno coronamento della stagione regolare chiusasi con nove vittorie su nove gare.

Il Bowl, all’epoca l’unico nel panorama del college football, era per la prima volta trasmesso con telecronaca diretta radiofonica di Charles Paddock, l’America guardava a Pasadena, dove allo stadio si assiepavano 55.000 spettatori. E lo spettacolo ripagò ampiamente i radioascoltatori e soprattutto i presenti, tanto da diventare, nell’immaginario comune, uno dei match più belli oltre che essere un punto di svolta nella storia degli equilibri di questo sport.

Ma la gara non presagiva tutto questo, soprattutto nei primi minuti. All’intervallo lungo, gli Huskies guidavano 12-0 grazie ad una maiuscola prestazione del runningback George Wilson con 174 yard di corsa, e cinque passaggi per 77 yard sulle  trecento di squadra, che avevano portato ad un TD per tempo, macchiati solo dalle due trasformazioni fallite dal receiver/kicker George Guttormsen.

Onestamente, ad Alabama serviva una specie di miracolo per raddrizzare una gara che aveva un’inerzia decisamente a loro sfavore. Fu l’infortunio di Wilson che lo tenne fuori la miseria di 22 minuti (di cui tutto il terzo quarto), a riaccendere i Crimson Tide, capaci in quei pochi giri di lancetta di segnare tutti i venti punti del loro Rose Bowl. Pooley Hubert diede i primi sei punti con una corsa dalla linea della iarda, il seguente calcio di Bill Buckler portò Alabama al -5 (12-7), dopo aver forzato gli Huskies al punt, Grant Gillis lanciò Johnny Mack Brown sulle 25 di Washington con il nulla davanti eccetto un avversario che il ricevitore di Alabama eluse per il 13-12 arrotondato da un nuovo calcio di Buckler. Il momento d’oro di Alabama si chiuse con un fumble sulle 30 degli Huskies, Hubert lanciò 27 yard di passaggio a Mack Brown che si fece gli ultimi tre passi attorniato dagli avversari ma superando la goal line, Buckler fallì la trasformazione che volle dire 20-12, e gli ultimi minuti di sofferenza per la squadra di Wade che si ritrovava di nuovo contro  Wilson, tornato in campo per gli ultimi minuti. Guttormsen si fece perdonare in parte i kick falliti nella prima metà di gara prendendo il passaggio di Wilson e riportando Washington a -2, la trasformazione affidata al piede di Cook dimezzò lo svantaggio ma gli Huskies non riuscirono ad andare oltre, fermandosi ad un’incollatura dal loro primo trofeo, che riuscirono a vincere solo trentaquattro anni dopo, nel 1960 contro Wisconsin.

La Alabama di Wallace Wade, con quella vittoria thrilling su Washington, iniziò quella che viene conosciuta come "Age of Dixie" dove le squadre del Sud (Tulane, Alabama, Georgia Tech) che disputeranno sette Rose Bowl vincendone tre e pareggiandone uno, giungendo ad avere cinque squadre campioni nazionali. Oltre a far erompere alabama nell’olimpo del college football, il match è da tutti ricordato come "the game that changed the south" perchè da questo momento, la suddivisione della rivalità non sarà più bipolare tra est e ovest, ma troverà nel sud degli Stati Uniti una terza area di competizione che guadagnerà rapidamente importanza, guidata da quella stessa Alabama che dopo il Rose Bowl del 1926 rivincerà il titolo nazionale altre quattordici volte.