sabato 5 aprile 2014

Immagini dal Rose Bowl



1902: Michigan 49, Stanford 0
Il Rose Bowl fu così sbilanciato a favore della Michigan di Yost che al capitano di Stanford fu concessa la possibilità di terminare il gioco a poco meno di metà del quarto quarto.


1925: Notre Dame 27, Stanford 10
Il primo Rose Bowl di Notre Dame, allenata dal coach irlandese Knute Rockne e con in campo per l'ultima volta della loro carriera universitaria i Four Horsemen (Jim Crowley, Elmer Layden, Don Miller e Harry Stuhldreher). Fu anche il primo di cui una foto fu trasmessa via cavo.


1926: Alabama 20, Washington 19
Alabama mise a segno tre touchdown in meno di sette minuti nel secondo tempo stordendo Washington, vincendo il Rose Bowl e rivoluzionando la geografia delle potenze del college football. Fu la prima vittoria di una squadra del sud e fu anche il primo titolo dei Tide.


1929: Georgia Tech 8, California 7
La partita del famigerato Wrong-Way Run: Roy Riegels di California recuperò un fumble e lo riportò per 65 yard ma nella direzione sbagliata, fermato da un disperato compagno di squadra sulla linea della yarda. Tech bloccò il punt tentato pochi giochi più tardi, segnando una safety decisiva.


1941: Stanford 21, Nebraska 13
Una delle gare più famose della storia del Rose Bowl, dopo Nebraska tenne lontano Stanford dalla segnatura per quattro giochi consecutivi sulla linea della yarda, i Cornhuskers giocarono un punt per allontanare la sfera dalla loro endzone, Stanford (che presentò per la prima volta la T-formation) ritornò il punt in touchdown e vinse la gara.


1942: Oregon State 20, Duke 16
La gara, per questioni di sicurezza nazionale dopo l'attacco a Pearl Harvor di 25 giorni prima, fu spostato al campus di Duke. Ci vollero due settimane ai giocatori di Oregon State per raggiungere il luogo della gara in treno, ma la vittoria valse la fatica dell'impresa.


1956: Michigan State 17, UCLA 14
Il 1956 Rose Bowl fu quello con la percentuale di ascolti più alta. Un mese prima, Rosa Parks diede il via al boicottaggio degli autobus di Montgomery, UCLA e Michigan State erano in realtà due squadre già integrate con un totale di 13 afroamericani in rosa. Il coach degli Spartans Duffy Daugherty riuscì a portare la squadra in raggio da FG, il resto lo fece il kicker Dave Kaiser, scarto di Notre Dame.


1963: USC 42, Wisconsin 38
La prima volta che i college numero 1 e 2 del ranking nazionale, si trovarono a giocare in una gara di post season, non delusero . Wisconsin segnò 23 punti senza risposta nel quarto quarto, ma non riuscì a completare la rimonta in una partita che segnò 11 record del Rose Bowl.


1966: UCLA 14, Michigan State 12
UCLA distrusse i sogni di gloria dei favoriti (e #1) Spartans con due touchdown su corsa nel secondo quarto del sophomore QB Gary Beban. Gli Spartans quasi la raddrizzarono, ma sbagliarono entrambe le conversioni da due, compresa la drammatica seconda sul 14-12 in cui Bob Stiles fermò Bob Apisa un piede dalla end zone e poi svenne.


1980: USC 17 , Ohio State 16
L' Heisman Trophy Charles White corse il record del Rose Bowl (247 yards) e segnò il touchdown della vittoria con poco più di un minuto sul cronometro. USC concluse la stagione #2 dietro Alabama a causa di un pareggio con Stanford ad inizio stagione in una partita che conduceva 21-0.


1988 USC 17 , Michigan State 20
Rivincita della gara di inizio stagione vinta dagli Spartans, sul 17-17, Michigan State segnò un field goal con John Langeloh con 4 minuti da giocare, dopo essersi salvati grazie ad un lancio al cardiopalmo di Bobby McAllister ad Andre Rison. Il QB dei Trojans Rodney Peete portò USC sulle 29 yard con 2 minuti da giocare, ma provocò un fumble al successivo snap, che gli Spartans ricoprirono.



1997: Ohio State 20, Arizona State 17
Mentre le telecamere inquadrano Jake "The Snake" Plummer che aveva portato ASU sul 17-13, Joe Germaine, nato e cresciuto a Mesa, fuori dai cancelli del campus di ASU, guida incredibilmente i suoi al 20-17 con un ultimo lancio sul freshman David Boston a 19 secondi dal termina, il "Germaine Miracle".



2005: Texas 38, Michigan 37
La gara che fa conoscere al mondo Vince Young, che mette assieme 372 yard e cinque segnature per rimettere in corsa i Longhorns dopo essere stati sotto di 10 punti nel quarto quarto. Dusty Mangum calcia a tempo scaduto il FG della vittoria nella prima partecipazione di Texas.


2006: Texas 41, USC 38
Una delle più grandi partite di college football con Texas che negò ad USC suo terzo titolo nazionale consecutivo nazionale. Texas fermò i Trojans su un 4&2 con 2:09 sul cronometro. Young guidò i Longhorns nel drive decisivo scramblando in TD a 19 secondi dalla fine su un 4&5 e riportando il titolo nazionale a Texas trentasei anni dopo quello del 1970 .

martedì 7 gennaio 2014

Good night!

Dai, onestamente non era stata una cattiva idea, anzi, considerato che c'era la fiera, con quello che ne consegue in termini di pubblico, si poteva considerare una grande idea.
Si trattava di accoppiare due novità per la zona di Mansfield: il football, e la luce elettrica.
L'idea rivoluzionaria di una partita di football di notte venne ad un gruppo di studenti che avevano giocato nella prima squadra di football di Mansfield nel 1891: desiderosi di mostrare il loro nuovo sport, si proposero di giocare una partita di notte alla Great Mansfield Fair, un evento molto frequentato nella regione, e che soleva ospitare altri passatempi strambi come una specie di circo Barnum in misura minore. Portare il football di notte significava qualcosa mai visto prima nella Tioga County, uno scorcio di ventesimo secolo! La luce elettrica! Quella roba strana e forse pericolosa, inventata appena 13 anni prima da Thomas Edison, quella meraviglia portata a Mansfield da John L. Cummings e dalla General Electric. Sul Mansfield Advertiser il 28 Settembre 1892 comparve:
"John E. Cummings will be pleased to give all persons interest in Electric Lighting all the information possible on Isolated Plants and Central Stations. The General Electric Company has control of the very best patents, including the Edison and Thompson Huston Cail at the light plant on the fairgrounds."
Ma già il 7 settembre il giornale riportava il tentativo dei ragazzi del Mansfield State normal di organizzare una gara illuminata dalla luce elettrica contro gli undici da Wyoming Seminary, nei pressi di Scranton. Il professor Sprole, direttore di Mansfield, si disse ottimista riguardo al progetto: contava di vedere una gran folla per l'incontro sotto le prime luci elettriche di Mansfield , dal momento che sempre più persone sentivano parlare sia di luce elettrica che di football.Venti lampade da 2000 candele più cinque da 64 candele dovevano servire a rendere la notte meno scura, per consentire a Mansfield di giocare quella che nella sua storia era appena la quinta partita. I rossoneri avevano chiuso la stagione 1891 con un buon record di 3-1, la partita con il Wyoming Seminary sarebbe stata la gara inaugurale della stagione 1892.
Il Wyoming Seminary era un osso duro: vantava otto anni di programma e nel 1891 con una stagione da 5-1 si poteva ritenere una delle migliori squadre di High school della nazione. Tuttavia, Sprole era molto fiducioso: il suo team aveva giocatori come Morton Jones, che sarebbe diventato una star del football a Lafayette, e James A. e James G. Dunsmore, che successivamente giocarono per Penn State.Ma la stella della squadra di Mansfield era George Walbridge, più tardi capitano di Lafayette e nominato Walter Camp All-American nel 1897: halfback velocissimo che avrebbe poi vinto cinque dollari vincendo la gara delle 100 yard in fiera il giorno successivo.
E per proteggersi dai colpi che già all'epoca volavano fortissimi, e che pochi mesi prima ad esempio avevano chiuso la carriera al capitano di Princeton Ralph Warren, i giocatori portavano... niente.
Praticamente nessun equipaggiamento protettivo. L'unica protezione visibile nella foto di squadra è l'imbottitura cucita nei pantaloni intorno alle ginocchia. I caschi non sarebbero stati introdotti che vent'anni dopo, i giocatori al massimo si lasciavano crescere un po' i capelli per attutire i colpi, con la promessa di tagliarseli al massimo entro la cena di fine stagione.

Ancora negli anni '90 dell'800 il football non aveva propriamente regole condivise da tutte le scuole, il gioco era una specie di selvaggio sfogo, e la sua brutalità attraeva i ragazzi oppressi dai costumi vittoriani in voga nella società dell'epoca. Quello sport dove se ti andava bene ti rompevi il naso, ma se ti andava male ti facevano il funerale, aveva qualcosa di magnetico, che inchiodava sempre più sguardi anche da fuori: il pubblico aumentava, anche perchè sotterfugi come calci in mischia, o discussioni con l'arbitro per confondergli le idee e spostargli avanti il fazzoletto che segnalava il punto dello scrimmage, erano all'ordine del giorno e rendevano il football una "violenta pagliacciata". Il fatto che chiunque potesse parlare e provocare chiunque, dall'arbitro agli avversari, determinava infinite dispute ad ogni giocata.Wyoming Seminary era in bianco, Mansfield in nero. Non c'erano numeri sulle maglie, sarebbero stati introdotti solo nel 1908, e la palla era più grande ed arrotondata di quella in uso ora, il campo a Smythe Park era di almeno 110 metri, senza le strisce ogni 5 yard, e la gara era di 90 minuti divisi in due tempi da 45. Per ogni 5 yard di guadagno si aveva diritto a tre tentativi
L'avvio, previsto per le 19:30, effettivamente fu dato alle 18:45, forse per approfittare degli ultimi raggi di sole del crepuscolo. Poi le luci.Fonti del Wyoming Seminary dicono che alcune luci furono posizionate su un palo, e questo fu posto a metà campo, giusto per aggiungere un pericolo ad uno sport che già di per sé avvantaggiava gli studenti di medicina legale. Altri dicono che le luci furono installate lungo il fronte della tribuna.L'illuminazione comunque era minima e le molti dei giocatori in campo erano spesso inconsapevoli di che squadra avesse la palla, figurarsi di quale giocatore nello specifico. Chiunque avesse l'uniforme degli avversari era comunque da abbattereera tale da affrontare. La superficie di gioco non aiutava molto perchè era, in buona sostanza, il fondo di una fiera, pieno di buchi, ciottoli, sassi, radici, gobbe tre e persino, ehm... "residui animali".
Dopo un forte guadagno di Mansfield grazie alla formazione a Cuneo volante, in voga nel periodo (e pericolosissima per l'incolumità dei giocatori), i padroni di casa persero la sfera ed iniziò la controffensiva di Wyoming che però fu stoppata dopo un paio di forti guadagni degli halfback Jones e Jaynes.
Ma a questo punto l'arbitro, Dwight Smith, che aveva giocato a Mansfield l'anno prima, ritenne la gara "inadatta da continuare" perché l'illuminazione era fortemente limitata e le condizioni di nebbia avevano reso il gioco pericoloso...
Ok, dai, diciamo troppo pericoloso.
Sospesa, quindi per l'epoca ufficialmente terminata, la gara alla fine del primo tempo, partirono i fuochi artificiali e le querelle: Wyoming accusò la Normal di aver utilizzato giocatori non ammissibili, e l'arbitraggio a quanto pare fu "controverso".Prima di lasciare Mansfield, Race, responsabile di Wyoming ed Umpire della gara, lanciò una sfida per una rivincita.

To Prof. S.E. Sprole, Manager Mansfield S.N.S. Foot Ball Team: Since you claim that your team won that farcical exhibition of foot ball given a Mansfield last Wednesday evening, I hereby challenge your foot ball team to meet the Wyoming Seminary team at West Side Park, Wilkes-Barre, Pa., Oct. 15, 1892, or on any other date prior that you may suggest. The referee and umpire to be competent men who have never had any connection with either school, and every member of each team to be a bone fide student of the school represented by such team.
We agree to pay the necessary traveling expenses and local entertainment of your team and their substitutes.

Respectfully, 
J.H. Race, Manager

Che venne accolta.
Cento anni dopo.
Meglio tardi che mai.


mercoledì 25 dicembre 2013

Piove sul Rose Bowl

Il primo gennaio è pur sempre pieno inverno, anche nel sud della California, tuttavia è raro che da quelle parti piova incessantemente per tre giorni. Era quello invece il tempo che aveva imperversato su Pasadena negli ultimi giorni del 1933, trasformando il Rose Bowl in una specie di acquitrino.
Ed il primo gennaio era in programma la ventesima edizione proprio del Rose Bowl.
Non era epoca di rank, di BCS e di altri affari cinesi complicati da calcoli matematici fatti da grossi elaboratori. Si trattava di organizzatori e di inviti, e gli organizzatori non avevano avuto molti dubbi su chi invitare per la costa ovest: Stanford.
C'è da fare una piccola premessa: nella precedente stagione 1932, il "Thundering Herd " degli USC Trojans, guidati da Howard Jones, aveva sconfitto Stanford 13-0 nella sua marcia verso il secondo titolo nazionale consecutivo e la vittoria nel Rose Bowl del 1933. Il QB Frank Alustiza, dopo la sconfitta, aveva dichiarato
“They Will never do that to our team. We will never lose to the Trojans.”
Ed a ruota un suo compagno aveva calato il carico, dimostrando quanto la scaramanzia non fosse un problema statunitense “Let’s make that a vow.” La stampa diede risalto a questo voto, ma fu presto dimenticato con il passare dei mesi fino all'autunno 1933 quando di fronte a USC, Stanford compì il capolavoro della stagione.
L'11 novembre a Los Angeles, USC (6-0-1) venne sconfitta dagli allora Indians (5-1-1) con il punteggio di 13-7, subendo il primo stop dopo 27 partite, e di fatto consegnando il titolo PCC a Stanford, fu così che tornò in mente a tutti il voto di dodici mesi prima e la classe del '36 di Stanford divenne i "Vow Boys".
Columbia 1933
E per la costa est, chi invitare?
Princeton aveva concluso la stagione immacolata 9-0 massacrando gli avversari e lasciando a zero tutte le prime sette scuole affrontate quell'anno. La stagione eccezionale però non cambiò le carte in tavola nella politica della blasonata scuola: niente post season.
Gli organizzatori snobbavano frequentemente squadre dei laghi e del sud, Michigan guidata da Kipke, oppure Ohio State. Alla fine si decise per Columbia, giunta al termine della stagione con una sola sconfitta per mano proprio di Princeton. Per i Lions si trattava del primo Bowl della loro storia, e le previsioni erano particolarmente funeste non solo per il meteo ma anche per il risultato: Stanford era nettamente favorita sulla compagine di Lou Little.
Nei tre giorni prima della partita, piogge torrenziali inondarono il campo di gioco. In una intervista-amarcord al NY Times nel 1981, Cliff Montgomery, capitano della squadra di Columbia, ricordò
"When we arrived the day before the game [after traveling from New York by train], the Rose Bowl looked like a lake"
I vigili del fuoco di Pasadena intervennero con delle pompe idrauliche per portare tutta quell'acqua fuori dallo stadio, ma il giorno della gara, oltre ad essere anch'esso piovoso, e quindi insolito per la tiepida Southern California, mostrò spalti semivuoti, con una affluenza attorno alle 35.000 persone che fu la più bassa della storia del Rose Bowl, ma soprattutto un campo fangoso che rese il gioco difficile tanto da lasciare le squadre senza segnature per tutto il primo quarto e buona parte del secondo.

A quel punto, con la palla sulle 17 yards di Stanford, Cliff Montgomery, QB oltre che capitano ospite, realizzò un trick chiamato KF-79: una finta di hand-off su Ed Brominski eseguita dopo la malandrina consegna della palla con una rotazione del corpo ad Al Barabas. Gli Indians puntarono Montgomery e Brominski fallendo la lettura della giocata e potendo solo guardare Barabas aggirare la difesa e concludere in touchdown. Il "Vow Boys" Bobby Grayson (152 yards su 28 portate, più di tutta Columbia messa assieme), l'end Monk Moscript, il lineman Bob Reynolds e gli altri grandi giocatori di Stanford, in quel pantano, non riuscirono a ribaltare la gara, rimediando otto sanguinosissimi fumble, scontrandosi con una granitica goal line defense, ed uscendone infine sconfitti 7-0 in quello che è considerato il più sorprendente risultato nella storia del Rose Bowl.
La vittoria inoltre ha cementato la reputazione di Lou Little alla Columbia come il più grande allenatore dei Lions e la vittoria del Rose del 1934 resta la più grande prestazione nella storia della squadra di football dell'università newyorkese.

domenica 22 dicembre 2013

No football champions

A poco più di 15 anni dalla prima storica gara di football tra Rutgers e Princeton, il gioco era diventato molto più che un divertente passatempo per sfogare gli istinti violenti: già diverse migliaia di persone si assiepavano a vedere le università più in voga e la stagione autunnale si animava di una miriade di partite che, nel 1886, avevano già superato quota 80.
Il giorno del ringraziamento, 25 novembre 1886, si chiudeva la stagione tra i due college all'epoca più blasonati, che avevano contribuito a costruire quel gioco, a regolamentarlo, a perfezionarlo e, ovviam ente a dominarlo. In palio infatti, oltre al prestigio della vittoria, c'era anche il decimo titolo della giovane Intercollegiate Football Association, fino a quel momento vinto quattro volte da Princeton e tre da Yale, più due pari merito.
Il match iniziò con grave ritardo per l'assenza di un arbitro, le pesanti piogge ed il cielo coperto causarono il calo dell'oscurità anticipato nel secondo tempo, mentre Yale, guidata dal brillante quarterback Beecher, era in vantaggio con il punteggio di 4-0. Le circa 5.000 persone accorse nell'impianto di Princeton se ne tornarono a casa nell'oscurità e, secondo le regole dell'epoca, la gara fu dichiarata "no contest" dal referee Tracy Harris, ed il risultato finale fu registrato come 0-0.

La sera del 27 novembre, per dibattere la questione dell'assegnazione del trofeo IFA, al solito Fifth Avenue Hotel di New York, si presentarono:
- Brooks (capitano) ed Appleton per Harvard.
- Savage (capitano) e Bird per Princeton.
- Corwin (capitano), Peters e Walter Camp per Yale.
- Stevens, capitano di Wesleyan.
- Young e Posey per Pennsylvania.
Walter Camp, che aveva contribuito, con le sue idee, a trasformare il football da surrogato del rugby a gioco a sé stante, dichiarò che si aspettava un comportamento eticamente retto da parte dei rappresentanti di Princeton, che a suo dire avrebbero dovuto proporre la consegna del trofeo a Yale. 
Bird rispose picche e citò l'articolo 17 delle norme della IFA che rimettevano inappellabilmente la decisione all'arbitro. Tuttavia, considerando che il dibattito non stava portando a nulla, lo stesso Bird propose l'uscita dalla sala dei rappresentanti di Yale e Princeton, e la decisione per mano dei rimanenti cinque rappresentanti di Harvard, Wesleyan e Pennsylvania.
I cinque produssero una risoluzione, piuttosto criptica:
"Resolved that Yale, according to the points made, should have won the Championship"
Tuttavia si aggiornò di qualche ora, ed emise un bollettino finale: 
"This convention has voted that We cannot sa a convention award the official Championship for 1886"
Essendo necessaria la firma di entrambi i capitani sul documento di consegna del trofeo, alla fine non se ne fece niente, il New York Times titolò laconicamente "No football champions", tuttavia Princeton per bocca del suo capitano Savage, invitò Yale ad una nuova sfida il 4 dicembre al Polo Grounds di New York, ma Yale glissò l'invito, ne scaturì che sulla carta New Jersey e Yale condivisero il titolo IFA pur non condividendo nulla di quanto accaduto in campo...

domenica 24 novembre 2013

Il declino della Big Ten

Un Gophers-Badgers degli anni '40
Fino agli anni '80, vincere la Big Ten equivaleva ad avere grandi possibilità di diventare campione nazionale. Ben 13 volte i campioni della più vecchia conference della NCAA, sono poi risultati campioni nazionali. Dagli anni '80 questa possibilità si è ridotta ad un lumicino, fino a scomparire dal 2002 in avanti.
So che rischio la figuraccia da qui a poche settimane con Ohio State in forte corsa per il BCS Championship, ma i numeri parlano chiaro: la rivalità tra Big Ten e SEC sta inesorabilmente scivolando a favore di quest'ultima.
Quantificandola in semplici bocce di cristallo, proprio l'attuale ultima (forte) speranza della Big Ten, ovvero Ohio State, è l'ultima vincitrice ormai più di un decennio or sono, mentre negli ultimi anni ben sette titoli sono finiti giù al sud compreso il BCS Championship del 2012 dove si sfidarono addirittura due squadre della stessa conference: Alabama e LSU.
Tuttavia, quando si tratta di entrate, la Big Ten non ha problemi a tenere dietro la grande rivale, generando più di 315 milioni di dollari di entrate nella sua ultima dichiarazione dei redditi (anno fiscale chiuso al 30 giugno 2012), mentre la SEC è quarta nelle entrate (circa 270 milioni dollari, secondo Forbes) dietro anche a Pac-12 e ACC.
Eppure, per quanto riguarda l'appeal dal vivo, la tendenza si inverte: durante la stagione 2012 giù al sud ci sono stati ben 75.538 tifosi a partita, nella Big Ten 70.040, Nessun altro campionato ha in media più di 60.000 spettatori a partita. Questo dimostra che parlando di spalti, oppure di schermi televisivi, Big Ten e SEC sono senza dubbio i due marchi più grandi e popolari in college football, e questo è ciò che rende l'arretramento tecnico della Big Ten così difficile per i suoi tifosi da digerire.

Evidentemente i dollari non sono tutto, come spesso succede nello sport.
"Sarebbe davvero difficile comprare un campionato nazionale in college football ", sostiene il direttore atletico di Michigan, Dave Brandon, che sovrintende uno dei più grandi e più ricchi dipartimenti atletici nel paese, che quest'anno ha rovinosamente fallito la stagione, "Ci sono un sacco di altre cose che portano al successo nel mondo del football. C'è la tradizione e la cultura e gli stimoli, e fortuna e abilità nel reclutamento e nella consistenza".
Tuttavia, come sostiene Jim Phillips di Northwestern
"C'è una precisa correlazione tra le risorse e la probabilità di successo. Certamente non garantiscono il successo, ma se si è sottodotati economicamente, ci si avvia verso una strada che rischia di non soddisfarti e di non centrare gli obbiettivi che ti sei dato".
Eppure la Big Ten non sembra avere problemi di risorse. Sei programmi della Big Ten hanno finito nella top 20 a livello nazionale in termini di ricavi e spese nel 2012, secondo i dati di USA Today, e ad esclusione di Northwestern che non può generare ricavi in quanto istituzione privata, tutte le undici scuole sono tra le prime 35 in fatto di bilancio.

Uno degli aspetti più importanti è il tipo di attività sportiva che esercitano le università nell'ambito della NCAA: i dati legati alle entrate delle sezioni sportive per l'anno 2012 mostrano che per la SEC le entrate del football sono superiori a quelle di altre grandi conference, circa il 59% di tutte le sue entrate atletiche. Big Ten, Big 12 , ACC e Pac-12, di contro, generano tra 46-52 per cento dei loro ricavi dal college football. Questo si amplifica quando si sovrappone al numero medio di sport universitari sponsorizzati a cui partecipano le università: Big Ten 24, ACC 23, SEC 20, Pac-12 19,5, Big12 18.
Se le università fossero delle imprese, il consiglio cinico sarebbe di tagliare gli sport poco redditizi per concentrarsi su quelli che lo sono di più. Ma i programmi atletici larga base sono una parte importante dell'identità della Big Ten, è quindi questa filosofia ad ostacolare l'arrivo di risultati proporzionali al denaro che producono?

Probabilmente un aspetto che non va sottovalutato è lo staff che ruota attorno al capo allenatore, e che numericamente si sta gonfiando un po' in tutti i programmi, specialmente in quelli che hanno ambizioni. Gli staff si rimpinguano soprattutto in profili legati al recruiting, e sebbene ci sia una limitazione a nove assistenti allenatori per squadra, non vi sono vincoli per il personale fuori campo, ormai assunto con definizioni esotiche come assistenti ai giocatori e sviluppatori dei giocatori... per dare un'idea, Alabama ha destato molto scalpore con i suoi 24 (ventiquattro!) uomini di personale noncoaching, che ha dato una forte mano alla squadra nella conquista dei tre titoli nazionali negli ultimi quattro anni da parte della squadra di Nick Saban.
Tuttavia Gene Smith, direttore atletico di Ohio State, è convinto che l'elefantiaco staff dei Crimson Tide non sia esattamente l'obbiettivo da perseguire, a sua detta "Un sacco di quei ragazzi dello staff di Alabama, scommetto che non sono al recruiting, ma stanno a guardare filmati", la vera buona sorte dei college SEC è la possibilità di avere giocatori di alto livello reclutabili nell'arco di non più di 150 miglia, ovvero High School di valore, che formano ragazzi bravi, ciò che negli anni d'oro era il carburante della Big Ten. Questo fattore demografico amplifica la miopia nel cogliere i talenti da parte delle università Big Ten: vero che solo cinque ragazzi scelti al primo giro del Draft sono della loro zona, ma di questi solamente due sono stati selezionati, gli altri sono stati costretti a ripiegare su programmi minori come Eric Fisher a Central Michigan.
La conseguenza quindi dev'essere non uno staff più grosso, che visiona centinaia di ragazzi nella speranza di trovare il famoso "diamante grezzo", ma uno staff più duttile, strategicamente più scaltro, che possa avere più tempo per muoversi dove attualmente si sfornano più talenti, in posti come Texas o Georgia, come ha voluto Smith per il suo coach Urban Meyer.

Combattere la tendenza dei migliori prospetti a rimanere vicino casa, non è una delle sfide della Big Ten, ma è L'UNICA sfida da vincere assolutamente.
L'incredibile successo della U negli anni '80, Florida State negli anni '90, e ora Alabama hanno cambiato la percezione del paesaggio del college football, le scuole del sud sono ormai percepite come i più performanti programmi BCS, le prime fabbriche di talenti NFL: praticamente la metà del primo giro del Draft viene dagli stati legati alla SEC. A questo aggiungete che paiono essere le più divertenti, con climi goduriosi... Perché "ghiacciarsi le chiappe" (Cit. Shaka) e soffrire per una stagione 7-6 in Michigan quando si può festeggiare e andare 13-0 ad Alabama? Un sacco di ragazzi ora la pensano in questo modo e sarà molto difficile per la Big Ten di cambiare queste percezioni e recuperare il terreno perduto. La conference al Draft 2013 ha rischiato di non vedere nemmeno uno dei suoi ragazzi selezionato al primo giro, fino a che i Dallas Cowboys hanno chiamato il centro di Wisconsin, Travis Frederick, con il 31st pick, che rimane il peggior risultato per la Big Ten da quando esiste il Draft.

Questo deve far pensare anche al tipo di gioco da proporre: la SEC ha preso la via pro-style, la Big Ten si è spostata su un run-heavy game oltre-tackle, implementando la option è prediligendo la mobilità del QB a discapito della precisione (e della frequenza) del lancio. Anche con l'avvento della pistol nella NFL e l'ascesa di Colin Kaepernick, Russell Wilson, Robert Griffin, la maggior parte dei migliori giocatori d'attacco della Big Ten non sono fondamentali. Il miglior quarterback nel 2012, Taylor Martinez (guarda caso di Nebraska) era junior non ha nessuna possibilità di giocare come quarterback nella NFL a prescindere. L'altro quarterback, Denard Robinson, sta cercando di riciclarsi come wide receiver. Le'Veon Bell e Monte Ball, top running back della conference, fuori dal primo turno 2013. È innegabile che se si vuole convincere un ragazzo a venire a giocare nella Big Ten, non gli si possono solo promettere tre o quattro anni di soddisfazioni collegiali, ma gli si deve far intravedere un futuro da pro.
Per il resto, ad una conference come la Big Ten, non resta che continuare il suo lavoro sui brand che sono indissolubilmente legati alla storia del college football, non ultimo con l'avvento di Big Ten Network, e l'ingresso di Nebraska che ha fatto allungare le mani della conference anche nel profondo centro degli States, anche se le nuvole all'orizzonte sono sempre le stesse: se non si vince, prima o poi l'interesse calerà e scoppierà la "bolla atletica" come l'ha definita Morgan Burke di Purdue, ovvero il corrispettivo sportivo della catastrofica bolla immobiliare. Con conseguenze, ovviamente, tutte da verificare.

Leggi tutto l'articolo su Minnesota @ Wisconsin su endzone.it

martedì 12 novembre 2013

I 500 dollari di Pudge Heffelfinger

Nel 1960 un uomo conosciuto solo come "Nelson Ross" entrò nell'ufficio di Art Rooney, il presidente dei Pittsburgh Steelers della National Football League. Dopo i convenevoli, l'uomo diede Rooney un dattiloscritto di 49 pagine sugli albori del football pro. L'esame del testo, fatto dai giornali dell'epoca, fece emergere soprattutto la notizia che il primo giocatore professionista di football americano in realtà era stato Wiliam "Pudge" Heffelfinger, originario di Minneapolis ed ormai morto sei anni prima a 86 anni dopo aver allenato Cal, Lehigh e Minnesota ed aver introdotto nella costa ovest il moderno gioco del football che da quelle parti, a fine '800, era ancora molto simile al rugby.
Heffelfinger era stato una imponente guardia (oltre 1.80 per oltre 90 chili) che in quell'epoca pionieristica aveva giocato per l'Università del Minnesota prima ancora di finire la High School. Tre volte All-American a Yale, allenato nel triennio 1889-1891 da Walter Camp, aveva sviluppato l'arte di quello che sarebbe diventato poi il "blocco" ed aveva continuato poi l'attività di football amatoriale con la Chicago Atletic Association, in cui aveva percepito dei rimborsi spese come era uso al tempo, ma che era stato poi ingaggiato per giocare per Allegheny il 12 novembre 1892 dietro compenso di $ 500 ($ 13.000 circa al giorno d'oggi). Fino a quel documento, era stato John Brallier, della Latrobe Athletic Association, ad essere considerato il primo giocatore di football professionista: poco più che sbarbatello, era stato contattato da Latrobe per sostituire all'ultimo minuto il loro quarterback con problemi di "contemporanea" con il baseball, ed aveva ricevuto 10 dollari a partita prima di dedicarsi al football universitario di lì a poco. Brallier era morto proprio nel 1960 ancora convinto di essere stato il primo giocatore ufficialmente pagato.
Vista la notizia a che pareva essere spuntata fuori da questo dattiloscritto, la Pro Football Hall of Fame si mise ad indagare e presto scoprì una pagina strappata da un conto del 1892 preparato dal direttore di Allegheny, O.D. Thompson, che includeva la voce "Game performance bonus to W. Heffelfinger for playing (cash) $ 500."
Anche se il pagamento non poteva essere verificato perchè contante, la Pro Football Hall of Fame, stabilì che Heffelfinger era stato il primo giocatore professionista di football americano documentato. Non contenti, scoprirono anche che il Pittsburgh Athletic Club aveva in precedenza offerto 250 dollari a Heffelfinger per giocare con loro in quella gara, sentendosi rispondere che non era sufficiente per rischiare il suo status di dilettante.
Il 12 novembre 1892, $ 25 per le sue spese e un bonus di $ 500 per la gara che vedeva di fronte l'Athletic Association Allegheny ed il Pittsburgh Athletic Club al Recreation Park, nel nord di Pittsburgh, una rivincita del 6-6 di qualche tempo prima in cui Pittsburgh aveva schierato uno sconosciuto spacciato per un ragazzo dei dintorni e poi scopertosi essere A.C. Read, capitano della squadra di college di Penn State. La sua presenza provocò diverse polemiche e fu stabilita quindi quella rivincita, in previsione della quale il Pittsburgh Press seguì il tentativo del locale Athletic Club di ingaggiare sia Heffelfinger che Knowlton Ames per $ 250 a cranio. I due rifiutarono e si inserì nella trattativa Allegheny che mise sul tavolo la cifra di 500 bigliettoni. Ames rifiutò, Pudge accettò trovandosi poi in gara attorniato da spalti pieni di tifosi avversari infuriati, fatto sta che la gara finì 4-0 per Allegheny con touchdown dello stesso Heffelfinger su un fumble ricoperto.
La settimana successiva, Allegheny pagò il tight end ex-Princeton Ben "Sport" Donnelly 250 dollari per giocare al fianco di Pudge contro il Washington & Jefferson College. Pur avendo due professionisti nella loro formazione, la Allegheny perse seccamente la gara per 8-0.
Qui inizia il mondo del football pro, e come inizio non fu certo male...

lunedì 4 novembre 2013

The Night The Clock Stopped

Un solo misero secondo.
Un attimo che decide il lavoro di una stagione, in un contesto così effimero come il college football.
4 novembre 1972, al Tiger Stadium di Downtown Baton Rouge arriva Ole Miss per una rivalità che conta già sessanta partite alle spalle ed un grandissimo equilibrio.
I Tigers sognano, hanno una striscia di 11 vittorie consecutive, sono 6-0 in quell'inizio stagione ed i sondaggi li danno #6 della nazione, i Rebels soffrono, in un avvio terrificante dove hanno subito tre sconfitte con Auburn, Georgia e Florida, non vengono considerati in nessuna maniera nel ranking nazionale, avviati ad una stagione anonima nel periodo di declino post-Vaught.
Ma la partita non va proprio come suggerivano i numeri, perchè le motivazioni di una rivalità cancellano come un colpo di spugna tutto quello che c'è stato prima. Si ricomincia da zero, dall'unica cosa che conta in quel momento: battere chi hai davanti, batterlo, strabatterlo, mandarlo nella polvere, lasciarglielo fino al prossimo anno, e se anche finirai la stagione nell'anonimato più completo, non importa, non conta niente, perchè oggi avrai battuto questo tuo avversario e questa è la cosa più importante. Di oggi. Della stagione. Della tua carriera sportiva. Della tua maledetta esistenza.

A poco più di tre minuti dal termine del quarto quarto, Ole Miss guida la partita 16-10 tra le urla del Tiger Stadium, LSU ha fatto letteralmente schifo ed è aggrappata alla sua difesa che costringe i Rebels ad accontentarsi di un field goal, ma è un calcio di quelli che pesano, perchè un +9 equivale a mettersi al sicuro da una segnatura e da una eventuale conversione da due punti. Steve Lavinghouse, il kicker di Ole Miss, già autore di tre field goal in quella stessa partita, fallisce clamorosamente dalle 27 yards e LSU, che qualche secondo prima stava rantolando pronta ad essere azzannata alla giugulare, si ritrova con la palla tra le mani, 80 yard da fare in 3:02, ma ancora viva.
Bert Jones, il QB che andrà a sostituire Johnny Unitas ai Colts al termine della sua carriera universitaria, mette assieme un drive che assume i contorni del disperato miracolo: LSU è subito costretta al quarto down ma riesce a convertirlo, poi nel corso del drive esce di nuovo dall'impiccio di una conversione di quarto, ma questi avanzamenti costano fatica, sudore e, soprattutto, secondi, che scorrono inesorabili, fino a quattro secondi dal termine. La banda di LSU suona Tiger Rag ininterrottamente  da quando la squadra ha ripreso la palla. Il ritmo dei cuori è accellerato.
1&10. Jones riceve lo snap, guarda, lancia su Jimmy LeDoux quello che era già, per quasi tutti, il passaggio dell'avemaria.
Incompleto.
Nonostante la capienza ufficiale sia di circa 67.000 persone, più di 140.000 occhi guardano l'orologio marcatempo. Quanto è passato? Sembra un'eternità. L'orologio segna 00:01. C'è tempo per un'altra avemaria.
Ancora oggi i tifosi di Ole Miss si chiedono come si faccia a concludere due azioni in quattro secondi, in uno sport che tuttavia è giocato su fasi estremamente veloci, in alcuni casi fulminee, se lo domandato tante volete anche Billy Kinard, l'HC dei Rebels, che l'ha messo anche nero su bianco dichiarando che non è umanamente possibile. Tuttavia chiama il timeout per preparare la difesa contro quella giocata da un secondo che vale la gara.
Charles McClendon, il capo allenatore di LSU, guarda Jones e questo gli strizza l'occhio, si sono già capiti pur non andando particolarmente d'accordo. Giocheranno una soluzione che di solito si tenta per le conversioni da due punti: tre ricevitori sulla sinistra in cui Brad Davis, un RB, è il più interno dei tre, Gerald Keigley va nel mezzo di fronte all'All-SEC DB Harry Harrison con LeDoux a fare il ricevitore esterno.
Snap, Jones riceve e prima di aver lanciato la sirena segnala la fine del tempo. Ma non la fine della gara.
LeDoux e Keigley partono con una corsa frontale momento dello snap e Davis corre al piloncino di sinistra con un difensore. Keigley mira a mettere fuori gioco Harrison e quindi prendere nel mezzo il marcatore di Davis, dandogli tempo di ricevere.
Jones vede Davis, carica, lancia. Davis fa un contromovimento per ricevere dando la schiena alla endzone, accecato dai riflettori, allunga la mano, la palla si appoggia e subito Brad la porta a sé e si gira per attraversare la goal line. E' passato un secolo dal suono della sirena. Harrison rinviene e tenta di spingere fuori dal campo Davis prima che questi attraversi la linea di gesso, ma è troppo tardi. Nessuna flag. Braccia alzate del referee.
Touchdown LSU.
Jim Kleipeter, che ha certo dimestichezza con il Tiger Stadium e lo ha visto "urlare" tante volte, afferma che il più potente ruggito che lui ricordi venire dagli spalti fu in quell'occasione, quando il cronometro era già fermo e anche i più lenti a dire l'Avemaria avevano già quasi finito di recitarla.
Tiger Stadium exploded, not in a wall of noise but in a surreal surround-sound of massive vibration that permeated everything, and was, for a moment, frightening. I felt like I might be lifted in the air. I could feel the stadium shaking for the only time in my life but I couldn't hear myself screaming.
Il Tiger continuò a vibrare come in un enorme terremoto senza nemmeno accorgersi che Rusty Jackson si apprestava a calciare la trasformazione che equivaleva realmente alla vittoria, avendo LSU in realtà solo pareggiato con il TD di Davis, ma pare, dalle cronache, che Jackson non ebbe grossi problemi, dando ai Tigers un'altra settimana per sognare, in attesa della gara di Birmingham contro Alabama, da cui ovviamente uscirono sconfitti abbandonando i loro sogni, come a ricordare che la gloria è assai fugace.
A volte, non conta essere la miglior squadra in campo per 59 minuti e 59 secondi: per Ole Miss, la sconfitta fu a dir poco bruciante, tanto che nello Yearbook del 1972, il risultato è riportato "Ole Miss 16, LSU 10 + 7". La vittoria invece è rimasta nell'immaginario collettivo di LSU come una delle più belle, delle più emozionanti, una vittoria talmente indimenticabile da ispirare anche i cartelli di confine tra Louisiana e Mississippi, che per un certo periodo recitarono:
"You are now entering Louisiana. Set your clocks back four seconds."