sabato 22 giugno 2013

The Junction Boys


Scrive Roberto Gotta nel suo “Football & Texas” che Bear Bryant, dopo Kentucky, dove in otto anni aveva portato la squadra al suo primo bowl, aveva vinto la Southeastern Conference nel 1950 e nello stesso anno aveva battuto allo Sugar i campioni nazionali di Oklahoma, cambiò aria a causa proprio del suo ottimo lavoro, che aveva portato la squadra di football a rivaleggiare in popolarità con quella di basket, suscitando il risentimento dell’intoccabile coach della squadra di pallacanestro, Adolph Rupp. In Kentucky, allora come ora, il basket non è lo sport di stato, ma molto di più.
Bryant aveva accettato il nuovo doppio incarico (coach e direttore atletico) a Texas A&M soprattutto per il doppio stipendio, non certo per la bellezza del college texano che, in fondo, era una specie di caserma dove la presenza femminile era ridotta al lumicino ed imperavano gli zotici texani appassionati di agricoltura e trattori. Molta meno caserma invece si scorgeva nei giocatori di football della squadra diretta fino all'anno prima da Ray George, bolsi e poco tecnici, elitari e poco propensi alla lotta per guadagnarsi il posto. Queste caratteristiche erano veleno per uno come Bryant che aveva sempre sostenuto la tecnica d’urto già in allenamento con conseguente selezione naturale dei più adatti al gioco.

Il primo tassello che fece saltare fu il medico, che accusò di trattare i giocatori più da mamma amorosa che da professionista della medicina riabilitativa, sostituendolo con Smokey Harper che non avrebbe sfigurato in un ospedale da campo napoleonico. Quando, dopo aver utilizzato le solite pratiche illegali ma diffuse per il reclutamento, si ritrovò con l’ennesimo problema legato alla rozza pedanteria dei booster locali, decise che il camp precampionato del 1954 si sarebbe svolto a partire dal primo settembre per una decina di giorni fuori dalle mura di Texas A&M e precisamente a Junction.
Ok, immagino che più o meno nessuno sappia dov’è, e non lo sapevo nemmeno io finchè non sono andato a controllare, trovandola nella contea di Kimble a 170 chilometri da San Antonio ed a 120 da Austin. La peculiarità di Junction è che non c’è niente: è la perfetta rappresentazione del Texas brullo e polveroso fatto di stazioni di servizio assolate e strade dritte che attraversano lande fatte di alberi spelacchiati e vegetazione stentata. Peraltro la zona era colpita da un periodo di siccità prolungato che durava ormai da quattro anni.

Partiti con tre pullman da College Station, alloggiati in casupole di legno attanagliate da un caldo secco che, secondo i dati del National Climati Data Center, toccò per due giorni i 38° gradi, gli Aggies del 1954 furono a tutti gli effetti spietatamente selezionati ed addestrati a metà strada tra il militaresco e l'eugenetica: niente acqua durante gli allenamenti, solo pezze bagnate (per l'esattezza due per tutta la squadra: una per l'attacco e una per la difesa), fischio d'inizio prima dell'alba e termine dei lavori alle 23 al motto reso celebre da Bryant secondo cui "I make my practise very hard because if a player is a quitter, I want him to quit in practice, not in a game" . Oggi, fare allenamento senza acqua sarebbe considerato crimine contro l'umanità, ma allora tra i coach di ferro era d'uso farlo per "rafforzare i giovani".
Il numero di giocatori che partecipò a quel camp, come nelle migliori leggende, varia a seconda delle testimonianze: da un massimo di 111 ad un minimo di 72 anche se molti si dicono sicuri che i giocatori fossero effettivamente meno di cento. Anche il numero di quelli che tornarono regolarmente con lo staff tecnico varia a seconda delle testimonianze, ma tutti concordano su un punto: se occorsero tre pullman per giungere a Junction, ne bastò agevolmente uno per il viaggio di ritorno, perchè quelli che terminarono il camp furono nei ricordi più ottimisti, 35 ragazzi, il resto dei candidati a un posto in squadra si era fatto di nebbia, massacrato fisicamente o disgustato da quel regime, fuggendo nella notte o scappando alla stazione delle corriere e prendendo il primo bus ovunque fosse diretto. Pare che il centro titolare scavalcò direttamente la staccionata al termine di un allenamento e si dileguò inseguito vanamente dall'allenatore, ma che il giorno dopo, pentito si fosse ripresentato, cacciato da Bryant a sua volta. Gene Stallings, uno dei sopravvissuti, divenne poi coach di A&M dal 1965 al 1971 e vincitore del titolo NCAA con Alabama nel 1992.

Jim Dent, nel suo libro "The Junction Boys" segnala che i ragazzi tornati dal campo infernale furono:
Ray Barrett - G 5-9 195 Sr. San Angelo, Texas
Darrell Brown - T 6-1 190 Soph. Dayton, Texas
James Burkhart - G 6-1 185 Soph. Hamlin, Texas
Donald Bullock - HB 5-11 165 Soph. Orange, Texas
Henry Clark - T 6-2 205 Jr. Mesquite, Texas
Bob Easley - FB 5-11 190 Jr. Houston, Texas
Dennis Goehring - G 5-11 185 Soph. San Marcos, Texas
Billy Granberry - FB 5-7 155 Soph. Beeville, Texas
Lloyd Hale - C 5-10 190 Soph. Iraan, Texas
Charles Hall - HB 5-10 185 Sr. Dallas, Texas
Gene Henderson - QB 6-1 175 Jr. Sonora, Texas
Billy Huddleston - HB 5-9 165 Jr. Iraan, Texas
George Johnson - T 6-3 200 Jr. Ellisville, Mississippi
Don Kachtik - FB 6-1 185 Sr. Rio Hondo, Texas
Bobby D. Keith - HB 6-0 175 Soph. Breckenridge, Texas
Paul Kennon - E 6-1 185 Sr, Shreveport, Louisiana
Elwood Kettler - QB 6-0 165 Sr. Brenham, Texas
Bobby Lockett - T 6-3 190 Soph. Breckenridge, Texas
Billy McGowan - E 6-1 180 Sr. Silsbee, Texas
Russell Moake - C 6-3 215 Soph. Deer Park, Texas
Norbert Ohlendorf - T 6-3 200 Sr. Lockhart, Texas
Jack Pardee - FB 6-2 200 Soph. Christoval, Texas
Dee Powell - T 6-1 210 Sr. Lockhart, Texas
Donald Robbins - E 6-1 188 Jr. Breckenridge, Texas
Joe Schero - HB 6-0 175 Sr. San Antonio, Texas
Bill Schroeder - T 6-1 200 Sr. Lockhart, Texas
Charles Scott - QB 5-8 160 Soph. Alexandria, Louisiana
Bennie Sinclair - E 6-2 195 Sr. Mineola, Texas
Gene Stallings - E 6-1 165 Soph. Paris, Texas
Troy Summerlin - C 5-8 145 Soph. Shreveport, Louisiana
Marvin Tate - G 6-0 175 Sr. Abilene, Texas
Sid Theriot - G 5-10 195 Sr. Gibson, Louisiana
Richard Vick - FB 6-1 185 Sr. Beaumont, Texas
Don Watson - HB 5-11 155 Soph. Franklin, Texas
Lawrence Winkler - T 6-0 225 Sr. Temple, Texas
Herb Wolf - C 5-11 185 Jr. Houston, Texas
Nick Tyson- WR 6-1 181 JR. Norman, Oklahoma

Quelli che poi verranno ribattezzati appunto Junction Boys, temprati da una così forte esperienza, in realtà sul campo diedero pessima prova di loro stessi, chiudendo con un record di 1-9 che è la peggior stagione in assoluto della carriera di Bryant come coach, le cose migliorarono nella seconda (7-2-1) e toccarono il picco nella terza, con nove vittorie e un pareggio per il primo posto nella Southwest Conference. Sempre Gotta, ricorda che non solo per i giocatori quell'esperienza fu irripetibile, ma anche per lo scontrosissimo coach: nel gennaio 1983, al momento della morte per arresto cardiaco, Bryant non aveva con sé nessuna delle onoreficenze guadagnate in campo nella sua carriera lunghissima e vincente, ma l'anello che quattro anni prima gli avevano donato i Junction Boys reduci, al raduno del trentacinquennale.

mercoledì 5 giugno 2013

Deacon Jones e i Fearsome Foursome


David "Deacon" Jones, Hall of Fame e, probabilmente il più grande defensive end nella storia della NFL, è morto lunedi scorso, all'età di 74 anni, nella sua casa di Anaheim Hills, in California.
Specializzato nei sack, di cui pare inventò il nome ("sacking the quarterback"), iniziò la carriera in NFL nel 1961, scelto al 14mo giro dagli allora Los Angeles Rams, dopo la carriera universitaria spesa tra South Carolina e Mississippi Valley State, e nei Rams passò praticamente tutta la carriera (11 stagioni). Jones è stato selezionato per sette Pro Bowl consecutivi con i Rams dal 1964 al 1970, a cui si somma quello del 1972.

Per lui si sono spesso sprecati gli aggettivi, ma i numeri che è riuscito a produrre nella sua carriera fanno di lui un giocatore difficilmente avvicinabile: due volte NFL Defensive Player of the Year, è stato soprannominato "Il Segretario della Difesa" dai tifosi dei Rams, e successivamente "Defensive End del secolo" da Sports Illustrated nel 1999. L'ex coach dei Rams George Allen, etichettò Jones come "il più grande defensive end del football moderno" mentre il Los Angeles Times lo selezionò come "il miglior Rams di sempre" e con una carriera chiusa nel 1974, Jones è stato inserito nella Pro Football Hall of Fame già nel 1980.
Jones, che ha dimostrato di essere uno dei giocatori più "inscalfibili" nella storia della NFL, mancando solo in cinque partite (di cui quattro consecutive nel 1971) durante la sua carriera pro lunga 14 anni - fu poi ceduto ai San Diego Chargers nel 1972 togliendosi lo sfizio di tornare al Pro Bowl nel 1972 e guadagnandosi i galloni di capitano anche nella squadra della baia. Jones ha infine terminato la sua carriera nel 1974 con i Redskins. 
Un grosso neo rimane sulla sua carriera, che però non dipende da lui, ovvero le statistiche su quelli che lui contribuì a definire sacks, che iniziarono ad essere tenute solo dal 1982, il che vuol dire che non si hanno numeri della sua specialità prediletta. Secondo la media guide dei Rams, Jones avrebbe mandato a tabellino 159,5 sacks con la franchigia e 173,5 nella sua carriera. Sette anni in doppia cifra e primo lineman difensivo a superare i 100 tackle in una stagione (1967).
NFL.com ha recentemente riportato due brevi ma splendidi ritratti di questo uomo che ha saputo essere splendido atleta e poi uomo sensibile ai problemi della propria comunità, avviando la Deacon Jones Foundaton. Il primo è di Kevin Demoff, COO and executive vice president dei Rams:
"Deacon Jones was one of the rare players who changed the way the game was played, in this day and age, the term 'great' is often overused, but it only begins to describe Deacon Jones as a player and person. His combination of God-given talent and relentless effort made him one of the greatest players to ever put on an NFL uniform. His spirit, laughter and gentle nature off the field made him a friend to all. Deacon was a legend in every sense of the word, and he'll truly be missed by the Rams, our fans and the NFL community".
Il secondo è di colui che ne ha preso virtualmente il posto dopo quasi trent'anni, Chris Long figlio di Howie Long:
"The thing we've got to remember being players in this era is to really respect the game 'back when,' because those guys could really play, Deacon Jones is a perfect example. This whole league and everybody in this game should honor the past and the players who played in that era. Those guys paved the way for us."
Jones inoltre è passato alla storia per aver composto con Merlin Olsen, Rosey Grier e Lamar Lundy quello che fu poi chiamato "Foursome Fearsome", una delle più famose linee difensive nella storia della NFL. In realtà la dicitura Foursome Fearsome era già stata usata per altre linee difensive, la prima di queste era stata quella dei Giants del 1957 di cui faceva parte Grier, quest'ultimo si era poi trasferito a Los Angeles nel 1963 andando a comporre la defintiva e più conosciuta versione del Fearsome Foursome. Grier chiuse la carriera con i Rams nel 1966, ma la linea continuò a rimanere la più temibile fino all'inizio degli anni '70. Di questo fenomenale quartetto, dopo la morte di Jones, rimane oggi il solo Grier, ottantenne, dopo la morte di Olsen nel 2010 e di Lundy nel 2007.
Sembra scontato dirlo, ma i grandissimi campioni continuano a giocare assieme anche dopo averci abbandonato.










lunedì 3 giugno 2013

Fielding H. Yost

Qualcuno pensa che la H di Yost stia per "Hurry Up!", dal suo intercalare celebre, con cui iniziava praticamente ogni esortazione ai suoi ragazzi.
Qualcuno pensa che la sua carriera di direttore atletico, con l'inaugurazione del Michigan Stadium, la realizzazione della prima palestra per gli sport al coperto; sia almeno paragonabile a quella straordinaria da allenatore, con un record di 198-35-12.
Ok, erano altri tempi, non lo metto in dubbio, ma Yost fu uno di quelli che portò il college football dagli "altri tempi" ai "nostri tempi", contribuendo all'embrione di Bowl giocato nel 1902 a Pasadena, inventando la posizione di linebacker, abbattendo i primi muri razziali con l'inserimento in squadra di giocatori di origine ebraica, facendo diventare la figura del coach una professione molto ben remunerata, più degli altri professori, e inventando i permessi per gli studenti atleti, argomentando che "Football builds character".
Certo, non sono state tutte rose e fiori, partendo dalla sua carriera di giocatore per West Virginia e, per una settimana, per Lafayette, dando vita allo "Yost Affair", proseguendo per il bando da lui consigliato (ma per alcuni imposto) alle altre squadre della Western Conference di giocare gare contro Notre Dame, finendo sul suo contributo fondamentale a trasformare il college football in un modo per fare soldi, per sé e per Michigan.
Yost era nato a Fairview, in West Virginia, nel 1871. Inizialmente arruolato alla Ohio Normal School (college conosciuto ora come Ohio Northern University) come giocatore di football, si iscrisse poi alla West Virginia University dove conobbe il gioco del football che si addiceva alle sue caratteristiche fisiche (182cm, quasi 91 chili) e fu ottimo tackle. Nel 1897, a 26 anni, iniziò la carriera di allenatore in giro per le università, ne cambiò quattro nei primi quattro anni di professione, comprese Nebraska e Stanford, fino ad approdare a Michigan alla "corte" di Charles Baird, dopo le dimissioni di Langdon Lea. Yost in realtà puntava alla università dell'Illinois dopo essere rimasto senza lavoro: Stanford aveva introdotto una nuova norma che impediva agli allenatori non alunni del college di continuare la loro attività; Baird invitò il giovane coach presso Ann Harbor e, dopo una breve visita, lo assunse.
Il primo colpo per Yost fu portarsi dietro Willie Heston da San Josè, un tipetto bassino ma esplosivo che nelle gare sulle 40 yards batteva con una certa regolarità il campione olimpico dei 100 metri Archie Hahn. Fu il primo tassello di una squadra a dir poco spaventosa, che nei suoi primi cinque anni di vita segnò un record di 55-1-1 segnando 2821 punti e subendone 42, l'unica sconfitta fu nella gara di chiusura del 1905 per mano della Chicago University, con il punteggio di 2-0 grazie ad una safety causata dal placcaggio di Danny Clark in endzone. Clark rimase talmente ossessionato da quell'errore, che si tolse la vita nel 1932 lasciando scritta la speranza che quell'"ultima giocata" espiasse definitivamente quella del 1905.
Germany Schulz a sinistra e Fielding Yost al Ferry Field nel 1914
La sconfitta di Chicago fu seguita da stagioni molto controverse soprattutto a livello extrasportivo: il rettore di Stanford, Jordan, pubblicò un articolo sulla carta stampata in cui accusò Yost di convincere con varie facilitazioni i migliori giocatori a diventare una sorta di finti studenti di Michigan. A sua volta il rettore di Michigan, Angell, si attivò per riunire le università della Western Conference introducendo svariati limiti e nuove normative per opporsi al progressivo aziendizzarsi del football di college, tra queste regole anche la limitazione della stagione a cinque gare. Nel 1906 Michigan chiuse 4-1 sconfitta l'ultima gara da Penn davanti a 26.000 persone, una enormità. Altre riforme entrarono in vigore come la limitazione a tre anni per l’elegibilità dei giocatori. Michigan non accettò questi ulteriori paletti e si ritirò dalla Western Conference diventando un college indipendente, situazione che continuò fino al 1917 e che diede stagioni non certo brillanti, spese prevalentemente in gare contro Penn, Syracure, Cornell e Vanderbilt, con la macchia della prima sconfitta nella storia della rivalità con Notre Dame. Nel giugno 1917 la riunione dei responsabili delle sezioni atletiche della Western Conference votarono l’invito a Michigan per il rientro nella lega, che accettò ma, con i tempi molto brevi, mise in programma solo una gara contro college della sua lega, Northwestern, vittoriosa ad Evanson 21-12.
L’ingresso degli Stati Uniti nel primo conflitto mondiale rese incerta la stagione 1918 per il richiamo alle armi di molti ragazzi impegnati negli studi, e per le restrizioni alla circolazione imposti in periodo di guerra, a questi si aggiunse la celebre influenza spagnola che mietè un numero impressionante di vittime. La stagione fu comunque disputata seppur accorciata, e Michigan chiuse imbattuta assieme ad Illinois, venendo dichiarata campione nazionale successivamente dalla National Championship Foundation. A questa grande soddisfazione fece seguito la peggior stagione dell’era Yost, quella del 1919, che si chiuse 3-4 con un record di conference di 1-4: l’unica stagione perdente del coach a Michigan, che fu però anche un punto di partenza per una ricostruzione paziente che portò a due stagioni mediocri all’interno di quella che era diventata la Big Ten, ma che diede il titolo nel 1922 con una stagione fatta di sei vittorie e un pareggio, e concesse il bis nel 1923 in coabitazione con Illinois (entrambe 8-0), che valse alla squadra anche il titolo nazionale. Quest’ultima fu coronata dalla vittoria contro Ohio State 23-0 in un impianto colmo di 50.000 persone.

Dopo la pausa del 1924 in cui allenò la squadra George Little, quando il college pare riuscisse a portare allo stadio tanta gente quanto solo Yale riusciva a fare, nel 1925 e 1926 la squadra tornò a Yost e fece un grandioso canto del cigno vincendo altre due volte il titolo della Big Ten, giocando con il famoso "The Benny-to-Bennie Show” ovvero con il quarterback Benny Friedman ed il left end Bennie Oosterbaan, passati alla storia come una delle coppie più funzionali e letali del college football. Yost, al termine della stagione 1926 si ritirò per proseguire il suo lavoro di direttore atletico del college che, in un quarto di secolo, aveva contribuito a portare a vette di eccellenza mai toccate prima. Michigan si apprestava ad inaugurare l’imponente Michigan Stadium capace di 82.000 persone, e realizzava in quegli anni la prima palestra dedicata agli sport al coperto.Ovviamente questo distacco gli pesò molto, e fu il motivo per cui conservò il ruolo di assistente coach, per ficcare un po’ il naso ancora nella squadra, ora diretta da Elton Wieman. Il rapporto tra i due non dovette essere facile soprattutto per la riluttanza di Yost a mollare l’osso: dopo una sola stagione, prima dell’inizio del campionato 1928, il direttore atletico prima annunciò l’intenzione di tornare a guidare la squadra, poi la sera dopo cambiò idea rimettendo in sella Wieman. il disastroso ottobre (0-4) fece esplodere la polemica tra i due, e Wieman accusò Yost di non avergli mai veramente ceduto il controllo della squadra, e di averlo usato come parafulmine per i problemi. L’amara conclusione indusse Yost a tornare dietro la scrivania da direttore atletico, Wieman a intraprendere una brillante carriera a Princeton, e Harry Kipke a diventare il primo “vero” coach post-Yost.

In tarda età ebbe una salute malferma e fu lungodegente al Battle Creek Sanitarium, dove morì nel 1946 a 75 anni. Riposa, dopo l’enorme mole di lavoro che fece in vita, al Forest Hill’s Cemetery di Ann Harbor, vicino al suo amato campus.

sabato 25 maggio 2013

The Play

California-Stanford non può prescindere da quella che rimane una delle più emozionanti giocate della storia del football, talmente particolare e probabilmente irripetibile da essere semplicemente chiamata “the play” dagli appassionati.

Sono appena passati trent’anni dal Big Game del 1982, le immagini già classiche con colori spenti e scuri si rendono ancora più essenziali e fanno risaltare i cinque passaggi laterali dei Golden Bears, che finiscono l’azione a cronometro spento ormai da un pezzo e tra gli elementi della Stanford Band già posizionati nella redzone dei loro beniamini pronti a suonare per la vittoria.
Per l’85mo Big Game, al California Memorial Stadium, vedeva California in stagione positiva (6-4) e Stanford in pareggio (5-5) ed alla ricerca della W che gli avrebbe permesso di ambire ad un invito per un bowl, come testimoniava la presenza di organizzatori dell’Hall of Fame Classic presenti nell’impianto.
I Cardinal guidati da John Elway si trovavano sotto 19-17 verso la fine dell’ultimo quarto e sulla propria linea delle 13 yards con un quarto e 17 da convertire, con una giocata da 29 yards riuscirono ad uscire dalla situazione scabrosa e nelle successive azioni si portarono nel raggio da field goal e Elway istruito da Wiggin chiamò il timeout a 8 secondi dalla fine per permettere una eventuale ripetizione del calcio in caso di penalità. Mark Harmon non sbagliò dalle 35 e Stanford passò in vantaggio 20-19 trasformando il campo nella sede di un carnevale impazzito.
Risultato: 15 yards di penalità per il kickoff.
Vabbè ma chi se ne importava. La partita era finita. Come disse agli altoparlanti Joe Starkey "Only a miracle can save the Bears now!".
In realtà la partita, come insegnano tante situazioni, è finita non solo quando i cronometro tocca lo zero, ma quando la palla è considerata morta. Stanford fu costretta quindi a calciare dalle proprie 25 al posto che dalle 40, e California ebbe l’ultima possibilità e quel che lascia perplessi è che la sfrutto con soli dieci uomini, perchè nella confusione di quegli ultimi secondi qualcuno dimenticò che c’era da giocarsi l’ultima chance.
Poi Harmon calciò.
Squib Kick leggermente laterale sulla sinistra dello schieramento di Cal, dove sulle 45 Kevin Moen recuperò la palla, dopo un tentativo di avanzamento la passò a Richard Rodgers che era più largo sulla sinistra ma alla stessa altezza, questi scaricò quasi subito dietro di lui a Dwight Garner e si dedicò al bloccaggio, piuttosto infruttuoso, Garner corse incontro a cinque uomini di Stanford che lo abbatterono e sulla sideline dei Cardinal era già festa se non fosse che la palla non fu dichiarata morta e Garner, prima di toccare il suolo, la giocò sulla destra a Rodgers che arrivato sulle 45 di Stanford fu affrontato da altri quattro avversari, effettuò una pitch ancora a destra per Mariet Ford che corse spedito verso la redzone di Stanford dove i 144 ragazzi della banda si stavano già dirigendo verso il centro del campo.
Immaginate di avere in mano il pallone che vi fa vincere la partita, avete lottato 60 minuti contro della gente che, in caso di sconfitta, non parteciperà a nessun bowl, gente arrabbiata, gente che se potesse farti ingoiare quel pallone, pur di metterti per terra, lo farebbe. State portando il pallone verso la endzone senza avversari nei paraggi, e vi trovate davanti un muro di persone con tromboni, grancasse, e clarinetti. A Ford successe questo, l’indecisione davanti al bizzarro evento permise a tre giocatori di Stanford di piombargli addosso, Ford prima di cadere a terra tenne viva la palla con un passaggio cieco sul suo lato destro, sperando di trovare in traiettoria qualcuno che aveva seguito la giocata. Questo qualcuno c’era: Moen prese il passaggio sulle 25 e slalomò tra i ragazzi della banda musicale abbattendo un clarinettista e dando la vittoria a Cal 25-20. Charles Moffet, il referee, ricorda 
I wasn't nervous at all when I stepped out to make the call; maybe I was too dumb. Gee, it seems like it was yesterday. Anyway, when I stepped out of the crowd, there was dead silence in the place. Then when I raised my arms, I thought I had started World War III. It was like an atomic bomb had gone off”.
La bomba atomica. In effetti se ancora oggi parlate di questa giocata, gli animi si accendono: le analisi delle immagini fatte all'epoca sembrano dare ragione agli arbitri, Sports Illustrated, nell’autunno successivo, trovò che nella giocata l’unico errore di Cal fosse la presenza di quattro uomini nella restraining area prima del kickoff, ma questo non costituiva penalità, il quinto contestato passaggio (ritenuto da Stanford forward) era secondo SI “clearly thrown backwards”. La ABC analizzò i frame considerando la giocata in linea sulle 25 quindi legale. Tuttavia, durante le celebrazioni per il 25mo anniversario di The Play, la Bay Area News Group chiese a Verle Sorgen, il supervisore degli instant replay per la Pac-10, di rivedere le immagini con le moderne norme per la revisione, e Sorgen, pur non eccependo sulla decisione riguardante il terzo passaggio, si disse convinto che il quinto fosse stato rilasciato dalle mani di Ford sulle 22 e ricevuto da Moen sulle 20 e 1/2, quindi la sua decisione quale sarebbe stata?  Sorgen argutamente replicò "I would be tempted to reverse it...then go out and get the motor running in my car".
Paul Wiggin fu licenziato l'anno dopo con una stagione da 1-10, successivamente disse che The Play "had a big effect on our program, especially on recruiting". Andy Geiger, il direttore atletico, disse che quella sconfitta "devastated the program", e riguardo le accuse rivolte alla banda di aver ostacolato il recupero difensivo e la visione ottimale degli arbitri soprattutto per il famoso quinto passaggo, Geiger ebbe a dire "Although the Band did not cause the Play, it was typical that they would have been in the wrong place at the wrong time." da quel giorno i direttori della banda di Stanford passano le consegne al loro successore a quattro secondi dalla fine dell'annuale Stanford–Cal.
Almeno John Elway, che perse l'Heisman per quella gara, si rifece vincendo due Super Bowl...

sabato 4 maggio 2013

The game that changed the south


Era il primo gennaio del 1926, era il dodicesimo Rose Bowl della storia. Gli Huskies campioni PCC aspettavano di scendere in campo per mettere le mani, finalmente, sul loro primo Rose Bowl come pronosticato dalla stampa dopo una stagione con dieci vittorie ed un pareggio con Nebraska

La Tulane University, campione della Southern Conference in coabitazione con Alabama, il 4 dicembre precedente aveva spedito coach Shaughnessy a conferire con il direttore atletico di Oregon Jack Benefiel i dettagli della partecipazione, l’allenatore pareva essere uscito soddisfatto dalla riunione, pur rimarcando che era il rettore a dover autorizzare la trasferta in California per sfidare i grandi favoriti della costa ovest. Secondo quanto riportato poi in “The Wow Boys: A Coach, a Team, and a Turning Point in College Football” di Johnson, fu proprio l’amministrazione del college a declinare l’invito considerando i propri ragazzi troppo “small” per competere con gli universitari di Seattle.

L’attenzione si era quindi spostata un po’ a sorpresa sull’altro emergente college del South, ovvero i co-campioni di Alabama, portati ad una ottima stagione da coach Wallace Wade al terzo anno a Tuscaloosa: solo Birminghiam Southern era riuscita a segnare un TD ai cremisi. Si trattava del primo bowl a cui Alabama partecipava da quando esisteva il suo programma sportivo, degno coronamento della stagione regolare chiusasi con nove vittorie su nove gare.

Il Bowl, all’epoca l’unico nel panorama del college football, era per la prima volta trasmesso con telecronaca diretta radiofonica di Charles Paddock, l’America guardava a Pasadena, dove allo stadio si assiepavano 55.000 spettatori. E lo spettacolo ripagò ampiamente i radioascoltatori e soprattutto i presenti, tanto da diventare, nell’immaginario comune, uno dei match più belli oltre che essere un punto di svolta nella storia degli equilibri di questo sport.

Ma la gara non presagiva tutto questo, soprattutto nei primi minuti. All’intervallo lungo, gli Huskies guidavano 12-0 grazie ad una maiuscola prestazione del runningback George Wilson con 174 yard di corsa, e cinque passaggi per 77 yard sulle  trecento di squadra, che avevano portato ad un TD per tempo, macchiati solo dalle due trasformazioni fallite dal receiver/kicker George Guttormsen.

Onestamente, ad Alabama serviva una specie di miracolo per raddrizzare una gara che aveva un’inerzia decisamente a loro sfavore. Fu l’infortunio di Wilson che lo tenne fuori la miseria di 22 minuti (di cui tutto il terzo quarto), a riaccendere i Crimson Tide, capaci in quei pochi giri di lancetta di segnare tutti i venti punti del loro Rose Bowl. Pooley Hubert diede i primi sei punti con una corsa dalla linea della iarda, il seguente calcio di Bill Buckler portò Alabama al -5 (12-7), dopo aver forzato gli Huskies al punt, Grant Gillis lanciò Johnny Mack Brown sulle 25 di Washington con il nulla davanti eccetto un avversario che il ricevitore di Alabama eluse per il 13-12 arrotondato da un nuovo calcio di Buckler. Il momento d’oro di Alabama si chiuse con un fumble sulle 30 degli Huskies, Hubert lanciò 27 yard di passaggio a Mack Brown che si fece gli ultimi tre passi attorniato dagli avversari ma superando la goal line, Buckler fallì la trasformazione che volle dire 20-12, e gli ultimi minuti di sofferenza per la squadra di Wade che si ritrovava di nuovo contro  Wilson, tornato in campo per gli ultimi minuti. Guttormsen si fece perdonare in parte i kick falliti nella prima metà di gara prendendo il passaggio di Wilson e riportando Washington a -2, la trasformazione affidata al piede di Cook dimezzò lo svantaggio ma gli Huskies non riuscirono ad andare oltre, fermandosi ad un’incollatura dal loro primo trofeo, che riuscirono a vincere solo trentaquattro anni dopo, nel 1960 contro Wisconsin.

La Alabama di Wallace Wade, con quella vittoria thrilling su Washington, iniziò quella che viene conosciuta come "Age of Dixie" dove le squadre del Sud (Tulane, Alabama, Georgia Tech) che disputeranno sette Rose Bowl vincendone tre e pareggiandone uno, giungendo ad avere cinque squadre campioni nazionali. Oltre a far erompere alabama nell’olimpo del college football, il match è da tutti ricordato come "the game that changed the south" perchè da questo momento, la suddivisione della rivalità non sarà più bipolare tra est e ovest, ma troverà nel sud degli Stati Uniti una terza area di competizione che guadagnerà rapidamente importanza, guidata da quella stessa Alabama che dopo il Rose Bowl del 1926 rivincerà il titolo nazionale altre quattordici volte.

mercoledì 10 aprile 2013

1966 Notre Dame Fighting Irish vs. Michigan State Spartans

Nel football fioccano i "game of the century" , l'abuso di questa terminologia va a danno di quelle che sono state veramente gare che hanno fatto la storia di questo sport, che sono rimaste scolpite newlla memoria degli appassionati, che ancora fanno salire la pelle d'oca a chi ne rivede i fotogrammi.
1966.
I Beatles a Candlestick Park, gli Stati Uniti che bombardano il Vietnam del Nord, l'alluvione di Firenze.
Il football di college lasciò il suo segno nell'anno con la gara, considerata tra le più grandi e controverse, tra Michigan State e Notre Dame, giocata il 19 novembre allo Spartan Stadium.

Notre Dame, il cui ultimo titolo nazionale risaliva al 1953, si presentò a East Lansing fregiandosi del #1 per AP e Coach, trovandosi di fronte ai campioni nazionali e #2 Michigan State (nonostante la sconfitta al Rose Bowl di undici mesi prima con UCLA 14-12).
La fame dei Fighting Irish contro la storia ed il vantaggio del campo per gli Spartans.
Era la prima volta da vent'anni che i media rispolveravano "Game of the Century" per questa gara che il caso volle si giocasse l'ultima settimana, anche perchè di solito Notre Dame giocava l'ultima con Iowa sin dal 1945.
Dopo il 1964 gli Hawkeyes declinarono e Michigan State di rese disponibile per completare la schedule di Notre Dame per il biennio 1965–66. Ad ulteriore testimonianza di quanto a sorpresa arrivasse quella specie di finale per il titolo nazionale, nessuna delle due squadre aveva scelto quella gara come diretta TV né a livello nazionale né a livello locale: Notre Dame si era giocata la TV sulla gara inaugurale di stagione contro Purdue. 50.000 lettere convinsero la ABC a mandare in onda la gara in differita, mentre allo stadio si presentarono oltre 80.000 persone: non male per un impianto che aveva una capienza di 76.000 spettatori...

La gara fu dura, il quarterback degli Irish Terry Hanratty fu messo fuori gioco nel primo quarto da un sack di Bubba Smith, andò a fare compagnia in infermeria al running back Nick Eddy, che era rovinato a terra scendendo dal treno sulla banchina ghiacciata della stazione di East Lansing, ed aveva una spalla fuori uso. Il centro George Goeddeke li raggiunse procurandosi una distorsione alla caviglia durante un punt. Michigan State si portò sul 7–0 grazie a un touchdown da 5yards su corsa di Regis Cavender a 1:40 del secondo quarto, a cui si aggiunse un lungo field goal segnato dal piede scalzo del kicker hawaiano di MSU Dick Kenney.
Iniziarono a volare rotoli di carta igienica come stelle filanti, le endzone dovettero essere ripulite, ed anche le menti dei ragazzi di Notre Dame, annichiliti dagli infortuni e dalle segnature dei padroni di casa. I Fighting Irish trovarono prima dell'intervallo lungo uno splendido touchdown su passaggio di 34 yards del QB di riserva Coley O'Brien, che filò tra le braccia del safety Jess Phillips e si posò tra le mani del l'halfback Gladieux riaccendendo le speranze di Notre Dame.
Il terzo quarto non portò a segnature, ma gli ospiti pareggiarono la gara al primo possesso del quarto quarto con un field goal da 28 yards di Joe Azzaro. I sogni di gloria di MSU si infransero su un passaggio di Jimmy Raye per Gene Washington, troppo veloce rispetto al lancio, costretto a tornare sui suoi passi per riceverlo e prontamente bloccato dalla difesa ospite, Notre Dame fallì con Azzaro un field goal da 41 yards, che sfiorò letteralmente il palo destro, ma con un minuto abbondante di gioco, i Fighting Irish ebbero la possibilità di un ultimo drive dalle proprie trenta.
Circa 40 yards dividevano Notre Dame da un punto in cui un tentativo di field goal avrebbe portato alla vittoria, ma coach Ara Parseghian, usando prudenza, non rischiò turnover che sarebbero stati sanguinosi in quel punto del campo e lasciò correre il cronometro fino a zero, preservando, con quel pareggio, il #1 del reanking.

La strategia prudente di Parseghian, a distanza di quasi cinquant'anni, riaccende discussioni e polemiche mai del tutto sopite. Il coach ha sempre difeso le sue scelte, nonostante questo abbia lasciato in molti fans l'impressione di un'opera lasciata incompiuta.
Se andate dalle parti di East Lansing, molti vi diranno che Parseghian si comportò da codardo non giocandosela fino alla fine (qualche anno più tardi un altro coach di ND, Lou Holtz, sui pareggi si espresse così "dicono che pareggiare è come baciare la propria sorella, io penso che sia sempre meglio che baciare il proprio fratello"), ed in effetti in quei momenti il motto "play like a champion" non potè certo essere messo in atto dai ragazzi di Notre Dame, Dan Jenkins nel suo articolo per SPorts Illustrated disse che Parseghian "Tie one for the Gipper", che suona come "lo pareggiò da delinquente". nel medesimo articolo Parseghian si espresse dicendo "We'd fought hard to come back and tie it up. After all that, I didn't want to risk giving it to them cheap. They get reckless and it could cost them the game. I wasn't going to do a jackass thing like that at this point."
Il risultato sportivo lasciò invariate le posizioni di AP poll per Irish e Spartans al #1 e #2, davanti comunque ad Alabama che chiuse la stagione anch'essa imbattuta ed inoltre senza pareggi. ND e MSU si divisero il MacArthur Trophy, mentre i Crimson Tide rimasero fuori dai giochi, e questo tutt'oggi è uno dei motivi di discussione originati da questa gara.

Curiosamente, nessuna delle due squadre campioni nazionali giocò bowls quell'anno: Notre Dame per scelta, Michigan State per la combinazione perversa di due norme della Big Ten, che non permettevano di giocare per due anni di fila il Rose Bowl ma contemporaneamente non permettevano alle squadre di Big Ten di giocare in nessun altro Bowl.

A seguito del tragicomico infortunio di Eddy, Notre Dame non effettuò mai più trasferte in treno. Le due squadre coprono le 160 miglia da South Bend a East Lansing in autobus.

giovedì 4 aprile 2013

Il Rose Bowl

Il Rose Bowl come soprannome ha “The Granddaddy of Them All” ed a ben vedere data la sua storia ultracentenaria che ne determina il grande prestigio. Il primo kick off infatti fu addirittura nel 1902 quando fu organizzata una gara di football nell’ambito della Rose Parade, per aiutare economicamente l’organizzazione della parata, ed il suo primo nome non fu particolarmente fantasioso: “Tournament East-West football game”, il primo di gennaio, avviando così la tradizione dei bowl nel giorno di capodanno. In quel primo bowl, giocato come i successivi fino al 1923 al Tournament Park di Pasadena, fu Michigan, guidata da Fielding H. Yost, a letteralmente massacrare Stanford 49-0 in tre quarti, dopodiché quest’ultima abbandonò la gara. Michigan chiuse la stagione imbattuta 11-0 e fu considerata campione nazionale.

Senza troppo indagare sulle motivazioni, la gara fu messa in ghiaccio per un quindicina di anni, sostituita da svariate manifestazioni come corse dei carri, ma tornò al suo posto per il primo di gennaio del 1916, quando lo State College of Washington (attualmente Washington State University) sconfisse la Brown University per 14-0. Il Bowl crebbe di interesse fino all’inizio degli anni ’20 quando il Tournament Park, nella zona del campus di California Tech, venne abbandonato per un nuovo impianto, costruito ad hoc e per questo chiamato proprio Rose Bowl. La capacità di pubblico del nuovo impianto variò diverse volte dalla sua costruzione terminata nel1922, tuttavia esso rimase l’impianto più grande degli Sati Uniti sino agli ultimi anni del XX secolo quando la capacità fu ridotta dai precedenti 104 mila e passa spettatori ad una cifra a cavallo dei 94.000, attualmente una nuova riconfigurazione lo ha portato a circa 92.500 posti, il settimo impianto più grande degli USA e l’unico impianto attualmente non utilizzato dalla NFL ad ospitare uno dei principali Bowl del college football. Ma chi veniva invitato a questo Bowl diventato così interessante per essere seguito dagli appassionati di questo sport? La prima squadra fino al 1946 era una della Pacific Coast Conference (PCC, antesignana della moderna Pacific-12 Conference) contro una squadra della costa est degli USA. Questo diede modo alla gara di far spesso incontrare squadre, coach e filosofie diverse ed a loro modo importanti, come la gara del 1925 tra i Four Horsemen di Notre Dame e la Stanford di Pop Warner o quello del 1940 tra i Trojans di Howard Jones e la Tennessee di Bob Neyland. Il periodo più buio della seconda guerra mondiale, successivo all’attacco giapponese di Pearl Harbor dell’8 dicembre del 1941mise in guardia l’intelligence americana anche riguardo la Rose Parade, con il suo milione di avventori, ed il Rose Bowl, che avrebbe concentrato quasi centomila persone in un’area ridotta come un campo da football. L’iniziale cancellazione della gara fu scongiurata dall’invito della Duke University alla Oregon State presso Durham, North Carolina. I Castori attraversarono l’America per vincere il loro primo e per ora unico Rose Bowl 20-16. 

Anche la lunga e sanguinosa seconda guerra mondiale finì e sebbene il football non si fosse mai fermato, ma semplicemente limitato a causa dei problemi nel muoversi e della mancanza di tanti giocatori impegnati al fronte, la stagione 1946 si può definire come la prima vera stagione postbellica, in cui iniziarono a giocarsi regolarmente i Rose Bowl tra la vincente della PCC e quella della Big Nine, le due conference si trovarono in sintonia anche nel trattare i propri ragazzi come amatori e non come semiprofessionisti (proposta proveniente dalle università del sud degli Stati Uniti), in più iniziò una fase di desegregazione dei ragazzi afroamericani che in altre parti del paese sarebbe arrivata con colpevole ritardo: la Southeastern Conference non ebbe atleti afroamericani in nessuna delle sue scuole fino al 1966. Il Cotton Bowl, l’Orange Bowl, ed il Sugar Bowl non accettarono atleti afroamericani rispettivamente fino al 1948, 1955 e 1956. La PCC si dissolse nel 1958 a causa di uno scandalo legato al pagamento degli atleti che solo pochi anni prima la conference si fregiava di ritenere amatori in tutte per tutto, il Rose Bowl rimase quindi orfano di uno dei due canali da cui attingere le squadre partecipanti, per la stagione 1959 invitò Washington, primo college campione della neonata Athletic Association of Western Universities (AAWU), come avversario di Wisconsin nel Rose Bowl del 1960. The Big Ten autorizzò ad accettare qualsiasi invito da parte degli organizzatori del Rose Bowl a loro discrezione, per testimoniare quanto fosse giá ritenuto prestigioso questo match. La AAWU siglò poi un accordo con il Rose Bowl che rimase in essere dalla gara del primo gennaio 1961 sino al l’avvento del BCS nel 1998. AAWU crebbe come Conference divenendo ufficialmente “Pacific-8″ nel 1968 (prima il termine era usato informalmente ed era legato semplicemente al numero di squadre presenti), e successivamente “Pacific-10″ con l’arrivo di Arizona e Arizona State nel 1978, la Big Ten Conference (che nei primi anni non aveva un accordo ufficiale con l’organizzazione, come testimoniato dal rifiuto di giocare la gara del 1962 da Ohio State senza incappare in penali) non ha mutato il proprio nome per tutto il periodo che ha separato il Bowl dall’arrivo del BCS. Entrambe le conference obbedivano peraltro ad una sorta di regola detta “no repeat” che prevedeva la non riproposizione dell’invito per due Nni consecutivi alla medesima squadra, a meno che questa non fosse campione della conference, la Big Ten ha abolito questa regola nel 1972. Altra regola che venne a cadere durante gli anni ’70 fu quella che impediva alle squadre partecipanti di giocare un qualsiasi altro Bowl della medesima post-season. Nel 1998, nel tentativo di ordinare l’intricatissimo e gelosamente custodito (dis)ordine del college football, fu creata la Bowl Championship Series, e questo per il Rose Bowl significò il dover dividere con gli altri tre Bowl della BCS i contendenti, cercando in tutti i modi di mantenere comunque il formato che prevedeva la presenza di una squadra della Pac-10 (attualmente Pac-12 con l’arrivo di Utah e Colorado nel 2011) ed una della Big Ten. In due occasioni, il Bowl valse come BCS championship game: nel 2002 si affrontarono la #1 Miami (Big East Conference) e #2 Nebraska (Big 12 Conference) con una polemica molto accesa sulla decisione di invitare quest’ultima piuttosto che Oregon, il che volle dire la mancata presenza di una squadra della costa ovest da quando esisteva il Bowl, e la prima volta dal 1946 in cui non si sarebbero fronteggiate Pac-10 e Big Ten. Nel 2006 fu il fenomenale Longhorns-Trojans 41-38 a rompere la consuetudine Pac-10 vs. Big Ten, ma questo cambio valse il maggior ascolto televisivo per una gara di college football da vent’anni. in altre due occasioni il Bowl fu rimaneggiato dal format consueto: nel 2003 gli organizzatori non poterono invitare Ohio State, impegnata nel Fiesta Bowl per il titolo nazionale, e nemmeno Iowa precedentemente selezionata per l’Orange Bowl, fu così che a Pasadena scese per la prima volta Oklahoma, contro Washington State. Nel 2005 scese in campo Texas (Big 12) preferita a California, ed il Rose Bowl rimase per la seconda volta orfano di una squadra della Pac-10. USC è il college più presente al Rose Bowl con 33 gare, seguono Michigan (20), Washington (14), Ohio State (14). Alabama, 4-1-1 di record al Rose Bowl, è la squadra non Pac-12 o Big Ten più presente. USC è anche quella che detiene in maggior numero di vittorie (24), seguita da Michigan (8), Washington (7) e Ohio State (7). I coach Howard Jones (5-0) e John Robinson (4-0) guidano la lista dei coach imbattuti alla gara della rosa, che nonostante il suo secolo abbondante, restituisce ancora un fascino difficilmente eguagliabile, quando lo stadio viene inondato dal sole della California nel tardo pomeriggio di ogni Capodanno.