Nel football fioccano i "game of the century" , l'abuso di questa terminologia va a danno di quelle che sono state veramente gare che hanno fatto la storia di questo sport, che sono rimaste scolpite newlla memoria degli appassionati, che ancora fanno salire la pelle d'oca a chi ne rivede i fotogrammi.
1966.
I Beatles a Candlestick Park, gli Stati Uniti che bombardano il Vietnam del Nord, l'alluvione di Firenze.
Il football di college lasciò il suo segno nell'anno con la gara, considerata tra le più grandi e controverse, tra Michigan State e Notre Dame, giocata il 19 novembre allo Spartan Stadium.
Notre Dame, il cui ultimo titolo nazionale risaliva al 1953, si presentò a East Lansing fregiandosi del #1 per AP e Coach, trovandosi di fronte ai campioni nazionali e #2 Michigan State (nonostante la sconfitta al Rose Bowl di undici mesi prima con UCLA 14-12).
La fame dei Fighting Irish contro la storia ed il vantaggio del campo per gli Spartans.
Era la prima volta da vent'anni che i media rispolveravano "Game of the Century" per questa gara che il caso volle si giocasse l'ultima settimana, anche perchè di solito Notre Dame giocava l'ultima con Iowa sin dal 1945.
Dopo il 1964 gli Hawkeyes declinarono e Michigan State di rese disponibile per completare la schedule di Notre Dame per il biennio 1965–66. Ad ulteriore testimonianza di quanto a sorpresa arrivasse quella specie di finale per il titolo nazionale, nessuna delle due squadre aveva scelto quella gara come diretta TV né a livello nazionale né a livello locale: Notre Dame si era giocata la TV sulla gara inaugurale di stagione contro Purdue. 50.000 lettere convinsero la ABC a mandare in onda la gara in differita, mentre allo stadio si presentarono oltre 80.000 persone: non male per un impianto che aveva una capienza di 76.000 spettatori...
La gara fu dura, il quarterback degli Irish Terry Hanratty fu messo fuori gioco nel primo quarto da un sack di Bubba Smith, andò a fare compagnia in infermeria al running back Nick Eddy, che era rovinato a terra scendendo dal treno sulla banchina ghiacciata della stazione di East Lansing, ed aveva una spalla fuori uso. Il centro George Goeddeke li raggiunse procurandosi una distorsione alla caviglia durante un punt. Michigan State si portò sul 7–0 grazie a un touchdown da 5yards su corsa di Regis Cavender a 1:40 del secondo quarto, a cui si aggiunse un lungo field goal segnato dal piede scalzo del kicker hawaiano di MSU Dick Kenney.
Iniziarono a volare rotoli di carta igienica come stelle filanti, le endzone dovettero essere ripulite, ed anche le menti dei ragazzi di Notre Dame, annichiliti dagli infortuni e dalle segnature dei padroni di casa. I Fighting Irish trovarono prima dell'intervallo lungo uno splendido touchdown su passaggio di 34 yards del QB di riserva Coley O'Brien, che filò tra le braccia del safety Jess Phillips e si posò tra le mani del l'halfback Gladieux riaccendendo le speranze di Notre Dame.
Il terzo quarto non portò a segnature, ma gli ospiti pareggiarono la gara al primo possesso del quarto quarto con un field goal da 28 yards di Joe Azzaro. I sogni di gloria di MSU si infransero su un passaggio di Jimmy Raye per Gene Washington, troppo veloce rispetto al lancio, costretto a tornare sui suoi passi per riceverlo e prontamente bloccato dalla difesa ospite, Notre Dame fallì con Azzaro un field goal da 41 yards, che sfiorò letteralmente il palo destro, ma con un minuto abbondante di gioco, i Fighting Irish ebbero la possibilità di un ultimo drive dalle proprie trenta.
Circa 40 yards dividevano Notre Dame da un punto in cui un tentativo di field goal avrebbe portato alla vittoria, ma coach Ara Parseghian, usando prudenza, non rischiò turnover che sarebbero stati sanguinosi in quel punto del campo e lasciò correre il cronometro fino a zero, preservando, con quel pareggio, il #1 del reanking.
La strategia prudente di Parseghian, a distanza di quasi cinquant'anni, riaccende discussioni e polemiche mai del tutto sopite. Il coach ha sempre difeso le sue scelte, nonostante questo abbia lasciato in molti fans l'impressione di un'opera lasciata incompiuta.
Se andate dalle parti di East Lansing, molti vi diranno che Parseghian si comportò da codardo non giocandosela fino alla fine (qualche anno più tardi un altro coach di ND, Lou Holtz, sui pareggi si espresse così "dicono che pareggiare è come baciare la propria sorella, io penso che sia sempre meglio che baciare il proprio fratello"), ed in effetti in quei momenti il motto "play like a champion" non potè certo essere messo in atto dai ragazzi di Notre Dame, Dan Jenkins nel suo articolo per SPorts Illustrated disse che Parseghian "Tie one for the Gipper", che suona come "lo pareggiò da delinquente". nel medesimo articolo Parseghian si espresse dicendo "We'd fought hard to come back and tie it up. After all that, I didn't want to risk giving it to them cheap. They get reckless and it could cost them the game. I wasn't going to do a jackass thing like that at this point."
Il risultato sportivo lasciò invariate le posizioni di AP poll per Irish e Spartans al #1 e #2, davanti comunque ad Alabama che chiuse la stagione anch'essa imbattuta ed inoltre senza pareggi. ND e MSU si divisero il MacArthur Trophy, mentre i Crimson Tide rimasero fuori dai giochi, e questo tutt'oggi è uno dei motivi di discussione originati da questa gara.
Curiosamente, nessuna delle due squadre campioni nazionali giocò bowls quell'anno: Notre Dame per scelta, Michigan State per la combinazione perversa di due norme della Big Ten, che non permettevano di giocare per due anni di fila il Rose Bowl ma contemporaneamente non permettevano alle squadre di Big Ten di giocare in nessun altro Bowl.
A seguito del tragicomico infortunio di Eddy, Notre Dame non effettuò mai più trasferte in treno. Le due squadre coprono le 160 miglia da South Bend a East Lansing in autobus.
mercoledì 10 aprile 2013
giovedì 4 aprile 2013
Il Rose Bowl
Il Rose Bowl come soprannome ha “The Granddaddy of Them All” ed a ben vedere data la sua storia ultracentenaria che ne determina il grande prestigio. Il primo kick off infatti fu addirittura nel 1902 quando fu organizzata una gara di football nell’ambito della Rose Parade, per aiutare economicamente l’organizzazione della parata, ed il suo primo nome non fu particolarmente fantasioso: “Tournament East-West football game”, il primo di gennaio, avviando così la tradizione dei bowl nel giorno di capodanno.
In quel primo bowl, giocato come i successivi fino al 1923 al Tournament Park di Pasadena, fu Michigan, guidata da Fielding H. Yost, a letteralmente massacrare Stanford 49-0 in tre quarti, dopodiché quest’ultima abbandonò la gara. Michigan chiuse la stagione imbattuta 11-0 e fu considerata campione nazionale.
Senza troppo indagare sulle motivazioni, la gara fu messa in ghiaccio per un quindicina di anni, sostituita da svariate manifestazioni come corse dei carri, ma tornò al suo posto per il primo di gennaio del 1916, quando lo State College of Washington (attualmente Washington State University) sconfisse la Brown University per 14-0. Il Bowl crebbe di interesse fino all’inizio degli anni ’20 quando il Tournament Park, nella zona del campus di California Tech, venne abbandonato per un nuovo impianto, costruito ad hoc e per questo chiamato proprio Rose Bowl. La capacità di pubblico del nuovo impianto variò diverse volte dalla sua costruzione terminata nel1922, tuttavia esso rimase l’impianto più grande degli Sati Uniti sino agli ultimi anni del XX secolo quando la capacità fu ridotta dai precedenti 104 mila e passa spettatori ad una cifra a cavallo dei 94.000, attualmente una nuova riconfigurazione lo ha portato a circa 92.500 posti, il settimo impianto più grande degli USA e l’unico impianto attualmente non utilizzato dalla NFL ad ospitare uno dei principali Bowl del college football. Ma chi veniva invitato a questo Bowl diventato così interessante per essere seguito dagli appassionati di questo sport? La prima squadra fino al 1946 era una della Pacific Coast Conference (PCC, antesignana della moderna Pacific-12 Conference) contro una squadra della costa est degli USA. Questo diede modo alla gara di far spesso incontrare squadre, coach e filosofie diverse ed a loro modo importanti, come la gara del 1925 tra i Four Horsemen di Notre Dame e la Stanford di Pop Warner o quello del 1940 tra i Trojans di Howard Jones e la Tennessee di Bob Neyland. Il periodo più buio della seconda guerra mondiale, successivo all’attacco giapponese di Pearl Harbor dell’8 dicembre del 1941mise in guardia l’intelligence americana anche riguardo la Rose Parade, con il suo milione di avventori, ed il Rose Bowl, che avrebbe concentrato quasi centomila persone in un’area ridotta come un campo da football. L’iniziale cancellazione della gara fu scongiurata dall’invito della Duke University alla Oregon State presso Durham, North Carolina. I Castori attraversarono l’America per vincere il loro primo e per ora unico Rose Bowl 20-16.
Senza troppo indagare sulle motivazioni, la gara fu messa in ghiaccio per un quindicina di anni, sostituita da svariate manifestazioni come corse dei carri, ma tornò al suo posto per il primo di gennaio del 1916, quando lo State College of Washington (attualmente Washington State University) sconfisse la Brown University per 14-0. Il Bowl crebbe di interesse fino all’inizio degli anni ’20 quando il Tournament Park, nella zona del campus di California Tech, venne abbandonato per un nuovo impianto, costruito ad hoc e per questo chiamato proprio Rose Bowl. La capacità di pubblico del nuovo impianto variò diverse volte dalla sua costruzione terminata nel1922, tuttavia esso rimase l’impianto più grande degli Sati Uniti sino agli ultimi anni del XX secolo quando la capacità fu ridotta dai precedenti 104 mila e passa spettatori ad una cifra a cavallo dei 94.000, attualmente una nuova riconfigurazione lo ha portato a circa 92.500 posti, il settimo impianto più grande degli USA e l’unico impianto attualmente non utilizzato dalla NFL ad ospitare uno dei principali Bowl del college football. Ma chi veniva invitato a questo Bowl diventato così interessante per essere seguito dagli appassionati di questo sport? La prima squadra fino al 1946 era una della Pacific Coast Conference (PCC, antesignana della moderna Pacific-12 Conference) contro una squadra della costa est degli USA. Questo diede modo alla gara di far spesso incontrare squadre, coach e filosofie diverse ed a loro modo importanti, come la gara del 1925 tra i Four Horsemen di Notre Dame e la Stanford di Pop Warner o quello del 1940 tra i Trojans di Howard Jones e la Tennessee di Bob Neyland. Il periodo più buio della seconda guerra mondiale, successivo all’attacco giapponese di Pearl Harbor dell’8 dicembre del 1941mise in guardia l’intelligence americana anche riguardo la Rose Parade, con il suo milione di avventori, ed il Rose Bowl, che avrebbe concentrato quasi centomila persone in un’area ridotta come un campo da football. L’iniziale cancellazione della gara fu scongiurata dall’invito della Duke University alla Oregon State presso Durham, North Carolina. I Castori attraversarono l’America per vincere il loro primo e per ora unico Rose Bowl 20-16.
Anche la lunga e sanguinosa seconda guerra mondiale finì e sebbene il football non si fosse mai fermato, ma semplicemente limitato a causa dei problemi nel muoversi e della mancanza di tanti giocatori impegnati al fronte, la stagione 1946 si può definire come la prima vera stagione postbellica, in cui iniziarono a giocarsi regolarmente i Rose Bowl tra la vincente della PCC e quella della Big Nine, le due conference si trovarono in sintonia anche nel trattare i propri ragazzi come amatori e non come semiprofessionisti (proposta proveniente dalle università del sud degli Stati Uniti), in più iniziò una fase di desegregazione dei ragazzi afroamericani che in altre parti del paese sarebbe arrivata con colpevole ritardo: la Southeastern Conference non ebbe atleti afroamericani in nessuna delle sue scuole fino al 1966. Il Cotton Bowl, l’Orange Bowl, ed il Sugar Bowl non accettarono atleti afroamericani rispettivamente fino al 1948, 1955 e 1956.
La PCC si dissolse nel 1958 a causa di uno scandalo legato al pagamento degli atleti che solo pochi anni prima la conference si fregiava di ritenere amatori in tutte per tutto, il Rose Bowl rimase quindi orfano di uno dei due canali da cui attingere le squadre partecipanti, per la stagione 1959 invitò Washington, primo college campione della neonata Athletic Association of Western Universities (AAWU), come avversario di Wisconsin nel Rose Bowl del 1960. The Big Ten autorizzò ad accettare qualsiasi invito da parte degli organizzatori del Rose Bowl a loro discrezione, per testimoniare quanto fosse giá ritenuto prestigioso questo match.
La AAWU siglò poi un accordo con il Rose Bowl che rimase in essere dalla gara del primo gennaio 1961 sino al l’avvento del BCS nel 1998. AAWU crebbe come Conference divenendo ufficialmente “Pacific-8″ nel 1968 (prima il termine era usato informalmente ed era legato semplicemente al numero di squadre presenti), e successivamente “Pacific-10″ con l’arrivo di Arizona e Arizona State nel 1978, la Big Ten Conference (che nei primi anni non aveva un accordo ufficiale con l’organizzazione, come testimoniato dal rifiuto di giocare la gara del 1962 da Ohio State senza incappare in penali) non ha mutato il proprio nome per tutto il periodo che ha separato il Bowl dall’arrivo del BCS. Entrambe le conference obbedivano peraltro ad una sorta di regola detta “no repeat” che prevedeva la non riproposizione dell’invito per due Nni consecutivi alla medesima squadra, a meno che questa non fosse campione della conference, la Big Ten ha abolito questa regola nel 1972. Altra regola che venne a cadere durante gli anni ’70 fu quella che impediva alle squadre partecipanti di giocare un qualsiasi altro Bowl della medesima post-season.
Nel 1998, nel tentativo di ordinare l’intricatissimo e gelosamente custodito (dis)ordine del college football, fu creata la Bowl Championship Series, e questo per il Rose Bowl significò il dover dividere con gli altri tre Bowl della BCS i contendenti, cercando in tutti i modi di mantenere comunque il formato che prevedeva la presenza di una squadra della Pac-10 (attualmente Pac-12 con l’arrivo di Utah e Colorado nel 2011) ed una della Big Ten.
In due occasioni, il Bowl valse come BCS championship game: nel 2002 si affrontarono la #1 Miami (Big East Conference) e #2 Nebraska (Big 12 Conference) con una polemica molto accesa sulla decisione di invitare quest’ultima piuttosto che Oregon, il che volle dire la mancata presenza di una squadra della costa ovest da quando esisteva il Bowl, e la prima volta dal 1946 in cui non si sarebbero fronteggiate Pac-10 e Big Ten. Nel 2006 fu il fenomenale Longhorns-Trojans 41-38 a rompere la consuetudine Pac-10 vs. Big Ten, ma questo cambio valse il maggior ascolto televisivo per una gara di college football da vent’anni.
in altre due occasioni il Bowl fu rimaneggiato dal format consueto: nel 2003 gli organizzatori non poterono invitare Ohio State, impegnata nel Fiesta Bowl per il titolo nazionale, e nemmeno Iowa precedentemente selezionata per l’Orange Bowl, fu così che a Pasadena scese per la prima volta Oklahoma, contro Washington State. Nel 2005 scese in campo Texas (Big 12) preferita a California, ed il Rose Bowl rimase per la seconda volta orfano di una squadra della Pac-10.
USC è il college più presente al Rose Bowl con 33 gare, seguono Michigan (20), Washington (14), Ohio State (14). Alabama, 4-1-1 di record al Rose Bowl, è la squadra non Pac-12 o Big Ten più presente.
USC è anche quella che detiene in maggior numero di vittorie (24), seguita da Michigan (8), Washington (7) e Ohio State (7).
I coach Howard Jones (5-0) e John Robinson (4-0) guidano la lista dei coach imbattuti alla gara della rosa, che nonostante il suo secolo abbondante, restituisce ancora un fascino difficilmente eguagliabile, quando lo stadio viene inondato dal sole della California nel tardo pomeriggio di ogni Capodanno.
venerdì 22 marzo 2013
Joe Paterno

Prima di novembre 2011, di Paterno si poteva parlare ore ed ore a livello sportivo, per un coach che ha guidato cinque squadre imbattute alla vittoria di un bowl, di cui due di seguito (1968 e 1969, il secondo anno è rimasto celebre per la battuta su Nixon), raggiungendo in totale 37 bowl e vincendone 24.
Poi, a pochi mesi dalla morte per un cancro all'intestino, il licenziamento in tronco da Pennsylvania perchè il suo assistente Jerry Sandusky abusava di ragazzi minori ma per il buon nome di Penn State, e soprattutto per continuare ad incassare i dollaroni degli sponsor che pagavano per vedere i Nittany Lions così forti, Paterno persuase i responsabili del college a non denunciarlo alle autorità.
Cosa resta di tutto ciò?
Una statua abbattuta in una università, diversi libri per distruggere/difendere l'operato del coach, una punizione della NCAA che mischia risultati sportivi a coperture di brutta gente. Ma perchè? Per i soldi? Per un coach che ha rifiutato Steelers e Patriots, i soldi? Per vedere grande, continuamente grande, il college che lo ha visto capo allenatore 45 anni, un'era geologica? Come può una persona che ha imparato a conoscere e valorizzare centinaia, migliaia di ragazzi, che li ha motivati, che li ha spinti a sfruttare le loro doti sportive per avere una istruzione di eccellenza, lasciare che altri ragazzi, poco più che bambini (dagli otto ai tredici anni la maggior parte) venissero abusati in quelle stesse stanze dove i suoi giocatori venivano spronati, allenati?
Evidentemente può, perchè la vittoria non si ottiene semplicemente allenando e spronando cinquanta ragazzi, ma si ottiene grazie a enormi montagne di soldi che entrano nei college dagli sponsor e che permettono di pagare staff di altissimo valore, palestre, campi che permettono di allenarsi anche quando fuori ci sono meno venti gradi, che permettono di avere studentati fantastici per i borsisti, e centomila altre cose che possono convincere un RB o un DE potenzialmente fortissimi a scegliere te piuttosto che andare ad Alabama o a Oregon.
Soldi, sono questione di soldi, non per sé stesso, ma per quella creatura che aveva contribuito a rendere così grande e forte, ma che non era in grado di proteggersi dal male che portava dentro.
martedì 19 marzo 2013
Dixie's Last Stand
L'incrocio dei cent'anni di college football ed il divampare della guerra del Viet-Nam furono una cornice controversa per uno dei più famosi incontri ribattezzati a priori "Game of the Century", che fiorirono in quegli anni sui campi statunitensi, spesso a torto, talvolta a ragione.
Sicuramente il secolo passato da quella prima New Jersey-Rutgers dava un senso al match come "gara del secolo": Longhorns contro Razorbacks, quelle che il rank di AP e Coaches davano rispettivamente come #1 e #2, con strisce vittoriose di 18 e 15 gare. Sembrava veramente una sorta di gara per il titolo nazionale, tanto che al Razorback Stadium di Fayetteville oltre alle 47.000 persone sedute sugli spalti, c'erano anche Nixon, il governatore del Texas Bush, e quello dell'Arkansas Hammerschmidt, in pompa magna per di più, pronti a consegnare la targa di campione nazionale alla vincitrice nonostante i bowls fossero lontani ancora quasi un mese e, soprattutto perchè anche Penn State stava completando la stagione imbattuta.
Per l'occasione la ABC aveva chiesto ed ottenuto dal coach di Arkansas lo spostamento della gara da ottobre al primo weekend di dicembre con la promessa della presenza di Nixon e della diretta della gara iniziale del campionato successivo prevista contro Stanford. Broyles aveva ottenuto che la novità del fondo in turf fosse installata nell'impianto. La gara prese il via a mezzogiorno, fuso orario centrale degli Stati Uniti, dato che il Razorback Stadium era sprovvisto di illuminazione, la ABC non ritenne di perseguire la strada di un nuovo spostamento, questa volta geografico, da Fayetteville a Little Rock, per teletrasmettere la gara in orario serale. Fuori rumoreggiavano i contestatori della politica di Nixon.
Come altre situazioni del genere, si scontravano due filosofie di gioco profondamente diverse con Texas che puntava su un attacco da 44 punti a gara di media, mentre Arkansas concedeva 6,8 punti a gara e guidava la classifica nazionale della difesa.
I Longhorns partirono loffi loffi, per una gara che era stata così pompata, il primo tempo si concluse con i padroni di casa avanti 7-0, con un fumble per i texani e sei turnover. La ripresa non fu migliore con una ricezione di Dicus da 29 yards per il 14-0 e un solo quarto per tirare su una gara apparsa stregata per chi di punti ne segnava in media undici ogni quarto di gioco.
In apertura il QB di Texas, James Street corse sulle sue gambe per il 6-0, coach Royal tenne fede alla sua intenzione di provare una trasformazione da 2 punti per evitare di arrivare al pareggio, così fu di nuovo Street a trasformare per il 14-8. La reazione di Arkansas e del suo QB Montgomery fu "quasi" straordinaria, arrivando sino alla linea delle 7 di Texas. Un field goal avrebbe chiuso virtualmente la gara dando ai Razorbacks nove punti di vantaggio ovvero due possessi.
Montgomery fu intercettato al terzo down da Lester, commettendo il primo ma sanguinoso turnover della gara. Texas non uscì in carrozza da quell'inizio di drive, costretta ad un quarto e tre dalla propria linea delle 47. Royal urlò a Street "Right 53 Veer pass" ed il QB parve non averci sentito bene.
"Are you sure that's the call you want?" "Damn right I'm sure!" pare fu lo scambio di battute, lo schema prevedeva un lancio profondo al TE, nell'huddle Street preparò il trabocchetto: avrebbe guardato e cercato Cotton per ingannare la difesa, per poi sparare su Peschel. Il gioco si realizzò nonostante una doppia copertura e Peschel guadagnò 44 yards portandosi sulle 13 di Arkansas. Jim Bertelsen si corse le restanti yards per il pareggio ed un lungo, lunghissimo brivido corse lungo le schiene quando Donnie Wigginton, in posizione di holder, acchiappò uno snap drammaticamente alto e lo posizionò per il calcio buono di Feller per il 15-14 con 3:58 sul cronometro. Le speranze di arrivare ad un field goal per Arkansas andarono svanite quando Campell intercettò Montgomery sulle proprie 21 con meno di un minuto.
Fin qui, la gara, ribattezzata "Dixie's Last Stand" perchè ultima tra le grandi competizioni sportive americane a veder schierate due squadre composte interamente di ragazzi bianchi.
Di qui in poi le polemiche, scatenate dopo i bowl (Texas battè Notre Dame al Cotton, Penn State battè Missouri all'Orange) perchè fu Texas ad essere proclamata campione nazionale nonostante entrambe le squadre avessero terminato imbattute, Penn State anzi declinò l'invito a partecipare al Cotton Bowl, risentita dalle dichiarazioni di Nixon riguardo all'assegnazione del titolo nazionale a Texas un mese prima dei bowl, situazione assolutamente fuori dalla norma in quel periodo.
Rimane celebre l'affermazione di Joe Paterno, coach di Penn al secondo anno consecutivo imbattuta, che sull'accaduto disse "I'd like to know how could the president know so little about Watergate in 1973 and so much about college football in 1969?"
Sicuramente il secolo passato da quella prima New Jersey-Rutgers dava un senso al match come "gara del secolo": Longhorns contro Razorbacks, quelle che il rank di AP e Coaches davano rispettivamente come #1 e #2, con strisce vittoriose di 18 e 15 gare. Sembrava veramente una sorta di gara per il titolo nazionale, tanto che al Razorback Stadium di Fayetteville oltre alle 47.000 persone sedute sugli spalti, c'erano anche Nixon, il governatore del Texas Bush, e quello dell'Arkansas Hammerschmidt, in pompa magna per di più, pronti a consegnare la targa di campione nazionale alla vincitrice nonostante i bowls fossero lontani ancora quasi un mese e, soprattutto perchè anche Penn State stava completando la stagione imbattuta.
Per l'occasione la ABC aveva chiesto ed ottenuto dal coach di Arkansas lo spostamento della gara da ottobre al primo weekend di dicembre con la promessa della presenza di Nixon e della diretta della gara iniziale del campionato successivo prevista contro Stanford. Broyles aveva ottenuto che la novità del fondo in turf fosse installata nell'impianto. La gara prese il via a mezzogiorno, fuso orario centrale degli Stati Uniti, dato che il Razorback Stadium era sprovvisto di illuminazione, la ABC non ritenne di perseguire la strada di un nuovo spostamento, questa volta geografico, da Fayetteville a Little Rock, per teletrasmettere la gara in orario serale. Fuori rumoreggiavano i contestatori della politica di Nixon.
Come altre situazioni del genere, si scontravano due filosofie di gioco profondamente diverse con Texas che puntava su un attacco da 44 punti a gara di media, mentre Arkansas concedeva 6,8 punti a gara e guidava la classifica nazionale della difesa.

In apertura il QB di Texas, James Street corse sulle sue gambe per il 6-0, coach Royal tenne fede alla sua intenzione di provare una trasformazione da 2 punti per evitare di arrivare al pareggio, così fu di nuovo Street a trasformare per il 14-8. La reazione di Arkansas e del suo QB Montgomery fu "quasi" straordinaria, arrivando sino alla linea delle 7 di Texas. Un field goal avrebbe chiuso virtualmente la gara dando ai Razorbacks nove punti di vantaggio ovvero due possessi.
Montgomery fu intercettato al terzo down da Lester, commettendo il primo ma sanguinoso turnover della gara. Texas non uscì in carrozza da quell'inizio di drive, costretta ad un quarto e tre dalla propria linea delle 47. Royal urlò a Street "Right 53 Veer pass" ed il QB parve non averci sentito bene.
"Are you sure that's the call you want?" "Damn right I'm sure!" pare fu lo scambio di battute, lo schema prevedeva un lancio profondo al TE, nell'huddle Street preparò il trabocchetto: avrebbe guardato e cercato Cotton per ingannare la difesa, per poi sparare su Peschel. Il gioco si realizzò nonostante una doppia copertura e Peschel guadagnò 44 yards portandosi sulle 13 di Arkansas. Jim Bertelsen si corse le restanti yards per il pareggio ed un lungo, lunghissimo brivido corse lungo le schiene quando Donnie Wigginton, in posizione di holder, acchiappò uno snap drammaticamente alto e lo posizionò per il calcio buono di Feller per il 15-14 con 3:58 sul cronometro. Le speranze di arrivare ad un field goal per Arkansas andarono svanite quando Campell intercettò Montgomery sulle proprie 21 con meno di un minuto.
Fin qui, la gara, ribattezzata "Dixie's Last Stand" perchè ultima tra le grandi competizioni sportive americane a veder schierate due squadre composte interamente di ragazzi bianchi.
Di qui in poi le polemiche, scatenate dopo i bowl (Texas battè Notre Dame al Cotton, Penn State battè Missouri all'Orange) perchè fu Texas ad essere proclamata campione nazionale nonostante entrambe le squadre avessero terminato imbattute, Penn State anzi declinò l'invito a partecipare al Cotton Bowl, risentita dalle dichiarazioni di Nixon riguardo all'assegnazione del titolo nazionale a Texas un mese prima dei bowl, situazione assolutamente fuori dalla norma in quel periodo.
Rimane celebre l'affermazione di Joe Paterno, coach di Penn al secondo anno consecutivo imbattuta, che sull'accaduto disse "I'd like to know how could the president know so little about Watergate in 1973 and so much about college football in 1969?"
sabato 16 marzo 2013
Dolly Gray
Chi era Dolly Gray?
O meglio, chi era veramente questo tizio che si spacciava per Jack "Dolly" Gray, che si era presentato ai St. Louis All-Stars per prendere parte alla NFL 1923?
Mah, si diceva che fosse addirittura un All American proveniente da Princeton, ma l'unico Gray All American del 1922 era stato Howard Grey, ed era tutto un altro paio di maniche. Sta di fatto che questo signor Gray si era presentato a Ollie Kraehe, proprietario, coach e giocatore degli All-Stars, che aveva abboccato, dato che al tempo non c'era certo Wikipedia per controllare la carriera di ogni giocatore sulla piazza.
St. Louis era una creatura di Kraehe che aveva messo tutte le sue energie per portarla a termine, convinto che se il football pro campava in buchi sperduti come Green Bay e Rock Island, figurarsi cosa poteva riuscire a fare lui in città come S. Louis grandi tre volte tanto. In realtà fu subito un gran casino, perchè di All-Stars ce n'erano pochi e tutti orientati alla fase difensiva, per cui la squadra segnava con il contagocce e gli affari per quanto riguarda il pubblico, non andavano certo meglio.
Il signor Gray, poteva segnare una svolta, questo All American che giocava end! Alla fine giocò ben tre gare, in cui fu chiaro che non poteva essere un All American date le sue qualità decisamente scadenti: messo alle strette confessò l'impostura a Kraehe che non disperò ma anzi cercò di trarne vantaggio. All'epoca St. Louis non è che navigasse nell'oro, così perché non provare a vendere un pregiatissimo All American a qualche concorrente con la scusa che servivano denari freschi? E chi era il gonzo che poteva cascarci?
Quel bel ciuffo di Lambeau, ovviamente.
Dopo una inopinata sconfitta 6-0 a Cleveland, Kraehe rilasciò Gray ai Packers in cambio di una certa cifra. Bene, la sola aveva preso la strada del Wisconsin, peccato che due settimane dopo fosse programmata al vecchio Sportsman's Park proprio la gara coi Packers.
Kraehe se la vide male quando Lambeau lo incantonò e gli chiese spiegazioni: pare che questo Gray avesse giocato una sola gara ed al momento di prendere il treno con la squadra per tornare nella verde baia, si fosse dileguato nel nulla. Il buon Ollie la buttò sul ridere, facendo passare il tutto per uno scherzo, e dichiarò non senza un evidente imbarazzo, che era stata sua intenzione da subito restituire i soldi una volta terminato lo scherzo.
Negli annali della NFL il ragazzo senza nome è ironicamente segnalato come "Gray, Jack (pseud.)"
venerdì 15 marzo 2013
The "Baugh/Marshall Rule"

In fin dei conti, soldi spesi bene per uno che faceva il QB in fase d'attacco, il defensive back in fase di difesa e nei ritagli si cimentava pure come punter, è stato inserito nella squadra ideale di tutti i tempi della lega ed ha il numero ritirato, oltre ad aver detenuto fino all'altro giorno il record sul numero di yard su passaggio per la postseason con 335. Tra tutte le cose buone che ha combinato ce n'è stata una invece un po' così così che però gli è valsa la modifica di una regola della lega che da quel giorno porta ufficiosamente il suo nome: la Baugh/Marshall Rule, ovvero, se in un passaggio in avanti la palla tocca la porta, il passaggio è incompleto.
All'epoca le porte erano sulla goal line e non in fondo all'area di meta, dettaglio non da poco in quel freddissimo 16 dicembre del 1945 a Cleveland (pare ci fossero -22° al Cleveland Stadium), quando i Rams scesero in campo per la loro ultima gara in Ohio prima di trasferirsi a Los Angeles, di fronte c'erano i Redskins guidati da un maturo Baugh, intenzionato a replicare la vittoria finale del 1942.
E qui parte un po' di dietrologia, perchè la gara finì ad appannaggio degli arieti oro-azzurri con un vantaggio minimo (15-14) e due punti per i Rams furono assegnati nel primo quarto per una safety commessa da Baugh che colpì la porta nel tentativo di lanciare la palla in un passaggio in avanti iniziato con uno snap sulle 5 yards. Ovvio che la partita aveva ancora tre quarti del cammino da percorrere e che non si può gettare addosso a quella safety la "colpa" della sconfitta, ma alla fine l'amaro in bocca fu tale che il proprietario dei Redskins George Preston Marshall, nei meeting successivi alla gara, spinse ripetutamente per cambiare la regola ed evitare che tale situazione si ripetesse, il cambio prese simbolicamente il nome del QB e del proprietario che erano stati protagonisti in negativo della vicenda.
Non ho trovato dichiarazioni di Baugh in merito a quella partita, si sa che alla fine rimangono memorabili alcune sue perle come durante il training camp del 1937 quando il suo allenatore gli spiegò che doveva lanciare la palla in modo che colpisse negli occhi il ricevitore, per fargli capire la precisione che esigeva da lui, Baugh serafico chiese "Quale dei due occhi?".
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giovedì 14 marzo 2013
Vince Papale
Certe situazioni diventano storie che vale la pena raccontare perchè appena le senti, sai già che non si ripeteranno mai più.
In effetti, la NFL a metà anni '70 era diversa da oggi e lo stesso gioco del football era diverso, pur mantenendo il fascino di uno sport a volte brutale, a Philadelphia gli Eagles non vivevano anni positivi e la WFL, una nuova lega professionistica, cercava di affermarsi, con una squadra chiamata Philadelphia Bell.
I Bell vararono una strana operazione simpatia verso un pubblico che non li conosceva certo adeguatamente: aprirono i cancelli del loro impianto e fecero una specie di provini a tutti quelli che volevano partecipare, per selezionare un "uomo comune" da inserire nel roster della squadra.
I Bell vararono una strana operazione simpatia verso un pubblico che non li conosceva certo adeguatamente: aprirono i cancelli del loro impianto e fecero una specie di provini a tutti quelli che volevano partecipare, per selezionare un "uomo comune" da inserire nel roster della squadra.
La cosa, come è facile intuire, riscosse l'ilarità del mondo del football pro, abituato da decenni a draftare ragazzi di 22-23 anni super allenati e super preparati, direttamente dai migliori college.
Invece in quella corte dei miracoli spuntò un ragazzone di 30 anni.
Vincent Francis Papale, così si chiamava, di chiare origini italiane, che aveva frequentato la Interboro High School a Prospect Park, un sobborgo a sudovest di Phila, mettendosi in mostra per le sue ottime doti sportive: basket, atletica e football lo videro protagonista della sua carriera scolastica, tanto da spingerlo a iscriversi alla St. Joseph’s University grazie ad una borsa di studio atletica. Le sue qualità sportive vennero esaltate con i successi nel salto in lungo, nel salto triplo e nel salto con l’asta e la carriera universitaria si concluse anche con una laurea in Scienze del Marketing e Management conseguita nel 1968.
Vincent Francis Papale, così si chiamava, di chiare origini italiane, che aveva frequentato la Interboro High School a Prospect Park, un sobborgo a sudovest di Phila, mettendosi in mostra per le sue ottime doti sportive: basket, atletica e football lo videro protagonista della sua carriera scolastica, tanto da spingerlo a iscriversi alla St. Joseph’s University grazie ad una borsa di studio atletica. Le sue qualità sportive vennero esaltate con i successi nel salto in lungo, nel salto triplo e nel salto con l’asta e la carriera universitaria si concluse anche con una laurea in Scienze del Marketing e Management conseguita nel 1968.
La vita successiva gli offrì poche possibilità di esaltare
il proprio talento professionale, si divise tra il lavoro
di barman e quello di supplente nella sua high school. Nel 1971 il suo matrimonio finì bruscamente con la moglie che lo accusò tramite un post-it lasciato in casa, di essere uno destinato a non andare da nessuna parte.
Nel febbraio 1976 a Philadelphia venne assunto Dick Vermeil, ex HC di UCLA ed ex allenatore di special team ai Rams, allora a Los Angeles. Si immaginava una stagione dura, durissima, anche perchè le precedenti scelte sbagliate del team avevano privato gli Eagles della prima, seconda, terza (ai Bengals) e quarta scelta (ai 49ers) al draft 1976. Papale chiamò lo staff degli Eagles e, non si sa come, riuscì ad ottenere un provino ed a passarlo: nel 1976 diventò il più vecchio rookie della storia, inserito nel roster di Phila come wide receiver e special teamer. Non fu un fuoco di paglia, tutt'altro: Vince "Rocky" Papale divenne il beniamino dei tifosi, in una città, come ha detto perfettamente Federico Buffa:
“You’ll never go anywhere, never make a name for yourself, and never make any money.”Papale, senza il minimo background di football universitario, nel 1974 trovò posto come WR nei Philadelphia Bell, dove passò i tagli e giocò tutta la prima stagione. L'anno successivo la breve vita della WFL, e quindi dei Bell, terminò per il fallimento della lega, e Papale tornò a dividersi tra supplenze e lavoretti come buttafuori nel locale di Danny Franks, un giocatore che era stato tagliato l'estate prima dagli Eagles dopo i camp estivi.
Nel febbraio 1976 a Philadelphia venne assunto Dick Vermeil, ex HC di UCLA ed ex allenatore di special team ai Rams, allora a Los Angeles. Si immaginava una stagione dura, durissima, anche perchè le precedenti scelte sbagliate del team avevano privato gli Eagles della prima, seconda, terza (ai Bengals) e quarta scelta (ai 49ers) al draft 1976. Papale chiamò lo staff degli Eagles e, non si sa come, riuscì ad ottenere un provino ed a passarlo: nel 1976 diventò il più vecchio rookie della storia, inserito nel roster di Phila come wide receiver e special teamer. Non fu un fuoco di paglia, tutt'altro: Vince "Rocky" Papale divenne il beniamino dei tifosi, in una città, come ha detto perfettamente Federico Buffa:
"Dura, talmente dura che molti non hanno bisogno di essere sorteggiati per andare nell'esercito americano, ci vanno di loro spontanea volontà"Pur osteggiato da alcuni giocatori tra i ben 120 che iniziarono il camp con gli Eagles, Papale si adattò perfettamente alla feroce preparazione imposta da Vermeil al fine di liberarsi dei giocatori non sufficientemente motivati; trovò posto nel roster inziale come special teamer, dopo la prima gara persa a Dallas contro i Cowboys, gli Eagles esordirono in casa contro i Giants, Papale recuperò uno dei due fumble che contribuirono alla vittoria 20-7, la prima di Vermeil in NFL.
Papale giocò 41 delle 44 gare delle tre stagioni consecutive, compresa la stagione 1978 dove gli Eagles, nonostante fossero ancora privi delle prime due scelte, finalmente tornarono ai Playoff giocando il wild card game ad Atlanta, e si ritirò a causa di un infortunio alla spalla. Eletto capitano dello special team dai suoi compagni per il triennio in cui giocò, fa parte della squadra ideale dei 75 anni dei Philadelphia Eagles, e la sua storia, edulcorata come in perfetto stile Disney (con annesse tutte le forzature del caso), è stata portata sul grande schermo con l'inequivocabile titolo Invincible.
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